Il pensiero di Oswald Spengler. Per una storia delle madri, e non dei padri
Alberto Cini - Quando m'innamorai

Il pensiero di Oswald Spengler. Per una storia delle madri, e non dei padri

diAlessio Zanichelli

La Madre Germania ha in seno il moderno pensiero europeo, ancora libero dalle usurpazioni ideologiche e dai filoni progressisti. Molti figli tedeschi poppavano nutrendo il loro appassionato germe spirituale, prima di venire separati dalla Madre a causa di piccole rivendicazioni paterne, autoritarie nell’eccesso. Ormai di fatto orfani i pargoli cercano di portare il ricordo sul destino dell’Europa presso le altre scuole di pensiero: a volte capita di ritrovare le tracce di quel pathos che descrive la grandezza e la fine di un mondo. Per ricordare ancora questa tragicità: dove ora vigono settorialità, la Germania vedeva invece totalità, analogie potenti. Goethe combatteva per la cultura del Novecento attraverso le analogie e i miti. Il controllo assoluto della tecnica sulla passione, l’ideologia del progresso hanno avversamente polarizzato tutto ciò nella retorica del negativo, della crisi e del nichilismo. E come se non bastasse, spesso tali indirizzi furono associati a comportamenti simpatizzanti con il nazifascismo. Contro alcuni pensatori, Spengler, Shelley, Carlyle, Jünger, si alimentò sospetto identificandoli quali nemici indefessi della democrazia. Al mondo come meccanismo Spengler opponeva una visione organica, morfologica e analogico-formale, esattamente come la natura vivente goethiana, anzi trasponendo tale concezione nel mondo come storia delle civiltà… La civiltà è essa stessa organismo vivente che cresce, matura e declina senza avere finalità nel suo sviluppo naturale, come accade agli alberi o nella morfologia terrestre, in specie animali, persino in sistemi solari. Non si tratta che di analogie, appunto. Ma per comprenderlo, in Italia, non ha certo giovato la critica crociana, semmai l’opera di liberazione ideologica di Gramsci ha permesso la ricostruzione delle mappe epistemiche. La visione della storia in epoche è soltanto un espediente tuttalpiù didattico che rimane pannello di controllo degli amministratori della cultura, a guisa di corazza causale contro l’insondabilità del mistero cosmico poiché fonte di atavica angoscia. Le civiltà per Spengler sono movimenti nell’eterno energetismo delle metamorfosi e delle Madri, grembi spirituali come le muse evocate da Goethe nel Faust. Il potere di una visione sta nella capacità di comprendere gli eventi del proprio tempo in un approccio vitale e non da una mal dissimulata (relativa!) neutralità scientista; conoscere è un atto creativo e profondamente umano; la scienza stessa in questa visione rientra nella mentalità della civiltà che la genera. Ogni tramonto simbolico della storia di una cultura ha senso nell’ottica vivente: si deve considerare per chi esiste la storia e quanto possa essere interrogata dalle coscienze, sicché la consapevolezza possa rischiarare le azioni. Alles Vergänglisches ist nur ein Gleichnis (Tutto ciò che passa è soltanto un simbolo), scrive Goethe in un verso del Faust. Le civiltà hanno le stesse fasi vitali di un essere vivente: nascita; infanzia; gioventù; età adulta; senilità; morte. La morte però può dirsi veramente tale se ogni singola traccia non sussiste più nelle stratificazioni presenti del momento coevo, quando cioè una civiltà diventa civilizzazione (idea antitetica oggi, sebbene storicamente intesa in un’accezione richiamante un processo di tolleranza). Tuttavia, se la più piccola continuità microcosmica continua a vivere nel profondo delle radici di un popolo, come la radice viva di un albero disseccato, essa agisce ancora sullo spirito della comunità in qualche modo, prima di tornarsene definitivamente nel regno primordiale delle non-forme. Tutte le civiltà generano un sentimento del mondo, una passione per lo stare al mondo. “Le civiltà sono organismo. La storia mondiale è la loro biografia” (Spengler).


Contrariamente alla separazione analitica scientifica, Spengler costruisce rapporti, analogie, consonanze, poiché dal suo sguardo del mondo il tempo della storia e quello della vita coincidono. Tale approccio attribuisce grande importanza alla funzione del Simbolo: un portale sensibile per l’atto conoscitivo, un ponte, spesso inintelligibile, di comparazioni istantanee e analogiche. A questo punto molti storici di oggi potrebbero storcere il naso. Del resto, difendendo questo approccio allo spirito del mondo vi sono controindicazioni anche da parte della ricerca analitico-scientifica basata sul principio di causa-effetto (oggi peraltro superata in ambito della fisica quantistica). “Se i numeri di una formula fisica rappresentano una necessità causale, l’esistenza, la genesi e la durata di una teoria costituiscono un destino. Ma se questo processo all’indietro può essere pensato, non può essere vissuto. Reversibile non è né il tempo né il destino, ma solo il tempo della fisica” (Spengler). Tale necessità acquista valore limitato al concetto destinale di una civiltà, al movimento della sua forma vivente, mentre un qualsiasi pensiero ne riflette la portata dal suo proprio tempo di osservazione. In realtà, natura fisica e storia appartengono invece allo stesso movimento vitale per Spengler. La Storia è studiata allora attraverso le categorie di numero, forma, morfologia o organismo vivente: esse funzionano quali dispositivi estensionali per immagini e analogie formali tra civiltà vissute, viventi o che vivranno nel mondo. La concezione veicolare del Simbolo e del Destino si contrappone a quelle epistemologie del Segno e Progresso. Ma la prima coppia non esclude la logica casuale, si limita a leggerla senza separarla dalla storia del mondo. Non conosco ancora nessuno che si sia dato seriamente a studiare l’affinità morfologica che connette interiormente la lingua delle forme di tutti i domini di una civiltà, che di là dal mondo dei fatti politici abbia considerato il significato più profondo della matematica degli Elleni, degli Arabi, degli Indù, degli Europei d’occidente, il senso del loro primo stile ornamentale, delle loro principali forme architettoniche, metafisiche, drammatiche e liriche, la scelta e l’orientamento delle loro grandi arti, i dettagli della loro tecnica artistica […]. Chi sospetta che fra il calcolo differenziale e il principio dinastico del tempo di Luigi XIV, fra l’antica forma statale della polis e la geometria euclidea, fra la prospettiva spaziale della pittura a olio occidentale e il superamento dello spazio per mezzo delle ferrovie, telefoni e armi da fuoco, fra la musica strumentale contrappuntistica e il sistema bancario dei crediti esiste un profondo nesso formale? […] qui forse accade per la prima volta che cose, come il sistema amministrativo egizio, l’antica numismatica, la geometria analitica, l’assegno bancario, il canale di Suez, l’arte cinese della stampa, l’esercito prussiano e la tecnica stradale romana vengano “in egual misura” concepiti come simboli e interpretati in modo corrispondente[1]. Infine, contro ogni scepsi, si consideri la portata sorprendente delle scoperte di uno Schliemann sulle tracce (solo fantastiche?) del mondo omerico.

[1] Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Introduzione. Lineamenti di una morfologia della Storia mondiale, pp. 18-19, traduzione di Julius Evola, Parma, Guanda, 2002 (1923)

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