Jeremias Gotthelf
Foto di Elio Scarciglia

Jeremias Gotthelf

diAlessio Zanichelli

 

L’uso dello specchio in letteratura non deve considerarsi in senso assoluto, dacché ogni storia ha le sue testimonianze. In fondo, le teorie non sono mai sufficienti, e per salvare il mondo occorre progettualità, magari da far reagire in un secondo momento dopo vari tradimenti in virtù delle finalità più prettamente pragmatiche. Per mostrare davvero a coloro che stanno gelando il freddo che non sentono, come affermava Brecht, è necessario uno specchio particolare; l’immagine deve indurre un atto di autocoscienza, deve mostrare realtà oscure (recondite), e non meramente e visivamente riproduttive. La maggior parte degli esseri umani non è in grado né di vedere, né di riconoscere la propria vita. Sono nati ciechi, e quindi è necessario aprir loro gli occhi. Più di un uomo, nato in mezzo alle immondizie, non le vede neanche più, perché ormai è come se avesse il naso serrato. Ecco come vanno le cose a questo mondo. […] È quindi uno specchio quello che metto di fronte al lettore, ma non è uno specchio qualsiasi. Il mio specchio mostra la parte in ombra della vita, non quella esposta al sole, e quindi mostra ciò che di solito non si vede oppure non si vuole vedere. Queste le parole nella prefazione di Jeremias Gotthelf ne “Lo specchio dei contadini”, il romanzo pubblicato nel 1837, un’opera importante per la storia della letteratura svizzero-tedesca dell’Ottocento. Mostrare una condizione di nefandezza ottempera alla conoscenza nuda e cruda del mondo. Si tratta di una storia piena di dolore in cui il protagonista, omonimo dell’autore, incassa i contrasti esistenziali iscritti nel paesaggio dell’Emmental. La disgrazia iniziale della perdita del padre causa quel processo di indurimento del cuore, indispensabile per poter sopravvivere, che è il centro della tematica letteraria di Gotthelf. Tutta l’aura romantica del viaggio di formazione a cui si potrebbe pensare è messa in crisi dall’esordio, decadente tra i primi della modernità, che riguarda da vicino il lavoro dello scrittore nel suo contesto di elezione.



Gotthelf è gettato in un mondo dove prevale il Male, lo stesso che Albert Bitzius (il vero nome dello scrittore Jeremias Gotthelf) descriverà ne “Il ragno nero”. Il tempo del mondo dei contadini bernesi nei primi anni dell’Ottocento è lontanissimo però dai lieti fini delle epiche o dai cicli romantici. Jeremias Gotthelf nacque a Morat e studiò a Berna per diventare pastore protestante a Lützelflüh dove inizio a scrivere, senza più smettere, per tutto il resto della sua vita. Sono molti i romanzi e i racconti scritti che fanno dello scrittore un nome importante nella letteratura svizzero-tedesca, in un frangente nel quale le idee liberali venivano ad affermarsi, ma non potevano attecchire tra gli abitanti delle campagne. Gotthelf denuncia con la scrittura la dura vita del contadino, attraverso esempi concreti come il Verdingkinder, ovvero la vendita di bambini orfani per incrementare il lavoro nel podere di un padrone. Il lettore de “Lo specchio dei contadini” si confronta con un pezzo di storia elvetica in cui emerge “la parte in ombra della vita”: in questo caso la funzione dello specchio non sta nel riflettere ciò che appare sotto il sole, né il bel volto del giovane riflesso che vive indisturbato. Tale messaggio di scandaglio può entrare con dignità nella Weltliteratur, in quanto tocca l’universalità e la complessità del vissuto umano, e non pertiene in particolare a una letteratura nazionale. Del resto, lo stesso inventore del concetto di ‘letteratura mondiale’, Goethe, non dissentirebbe sul caso letterario in questione. In particolare, comprendere l’universo di Gotthelf è comprendere quel processo suddetto di indurimento del cuore umano, inteso quale normale e inevitabile processo sociale e naturale. Tale cruda analisi mette al bando appunto qualunque posa melensa e trasforma la regione bernese dove vive Gotthelf nel teatro del mondo, sul cui sfondo il contrasto tra le bellezze della natura e la crudeltà della vita umana ne rappresentano il fondale. Non lontano da Kafka, l’analisi della miseria non giunge alla sua sintesi: gli abissi restano inspiegabili, aperti alla disperazione, come la natura del Male in quel «sinistro Emmental», per usare le parole di Dürrenmatt.



Gotthelf non si confronta con la prosa del mondo come voleva lo schema illuministico-romantico, o il romanzo di formazione. Le stesse parole del protagonista riferiscono sulla realtà del suo territorio natale, situato dove, esattamente non sembra chiaro nemmeno alla voce narrante: gli anni del suo tempo non sembrano contati sulla nascita di Cristo; il padre di Gotthelf fu figlio maggiore di un contadino che aveva una casa colonica, con quattro figli e tre figlie; i nonni erano gente di costituzione robusta e attivi dalla mattina alla sera si impegnavano nei campi; c’era tempo per lavorare anticamente con zelo e serrare le stalle per avviare rispettivi guadagni. Tuttavia, basta morire per lasciarsi tutto: casa e tenuta e speranza; quando si muore si accetta la morte quale premio alla fine di una vita difficile e vissuta tra gente cattiva, ma la si può detestare qualora si abbiano ereditato in vita ricchezze. La sensazione di religiosità di molta gente si misura nella miseria tra questi due estremi.

La mancanza di conciliazione è l’elemento di esclusione del romanzo dai tratti tipici del Bildungsroman. In principio non c’è l’azione (come affermava Goethe), ma il Male che genera la durezza, la cattiveria delle azioni dell’Uomo e l’abisso. Una catena di dispiacere innescata dalla morte del padre getta Gotthelf nel mondo; l’orfano è più in lotta che in viaggio, nell’anelante ritorno a una casa del cuore, quella pietrificata per difendere i resti umani dalla miseria. Tale è la parte ombrosa della vita che lo specchio di Gotthelf ci mostra senza riserve, compresa la mancanza del riscatto con l’inevitabile disagio. La vita nel presente non è che secondaria, la speranza è nell’avvenire, perciò si inizia a fare finta di nulla, fino a quando i nostri occhi si rendono conto che i sogni coltivati erano vani e la situazione della vita vera è del tutto diversa da quella sognata di vivere.



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