Le magie di Hermann Hesse. Storie e miti  - Prima parte

Le magie di Hermann Hesse. Storie e miti - Prima parte

diAlessio Zanichelli

Hermann Hesse nasce nel 1877 a Calw, città nel Land tedesco di Württemberg situata nella parte settentrionale della Foresta Nera, da Johannes Hesse e Marie Gundert. Il padre è russo con origini baltiche, la madre svizzero-francese è figlia del missionario Hermann Gundert. Il nonno di Hermann Hesse è un erudito, esperto di lingue antiche e moderne, dialetti indiani e spiritualità; il piccolo Hesse ne sarà presto influenzato e, assieme all’educazione pietista impartita da Johannes, potrà respirare in seno alla famiglia un clima culturale ricco di stimoli originali.

La famiglia Hesse si sposta a Basilea, dove il piccolo Hermann frequenta la scuola per i figli dei missionari e inizia a esprimere il suo carattere vivace e inquieto. Tuttavia, i brevi viaggi sono parte della vita famigliare; infatti, il primo soggiorno in Svizzera dura pochi anni, dal 1881 al 1886. Ritornando a Calw, il giovane Hesse studia al ginnasio, prosegue alla scuola umanistica a Göppingen; oramai è un cittadino tedesco che ama perdutamente il latino e il greco, scrive poesie e legge Goethe, Schiller e i contemporanei. Tale cultura letteraria sarà approfondita con piena libertà presso la biblioteca del nonno, dopo la profonda discrasia vissuta da Hesse tra il percorso formativo e la sua indomita personalità. Infatti, quando nel 1882 fugge dal seminario evangelico di Maulbronn, i genitori contristati lo affidano a un esorcista. Pochi mesi dopo, Hesse minaccia il suicidio, condannandosi con tale gesto al ricovero presso un luogo di cure per malati di mente o epilettici. Per i medici si tratta di melancolie, ma per Hesse è decisivo il distacco dal contesto educativo familiare, come riportò in un testo scritto in sanatorio:

 

Evviva a te, vecchia casa paterna.

Mi avere buttato fuori con ignominia

Evviva a te, Dio dell’universo

al quale servizievolmente reggiamo bordone

Ma per servire sono ottuso e fiacco

di servire sono già stufo da un pezzo

E anche la libertà vada al diavolo

In fondo è sempre stata solo fumo

Vengo mandato in manicomio

Chi lo sa, di certo mi ritengono matto1.


Dopo tale episodio il percorso scolastico di Hesse non si ripristinò più. Come si è anticipato, però, il giovane scrittore studia da autodidatta presso la biblioteca del nonno: approfondisce la cultura personale che compensa la mancanza degli studi universitari e probabilmente li supererà in vastità.

Nel 1894 lavora come apprendista nella fabbrica di orologi Perrot di Calw; ma cambia presto collocazione e impara il mestiere di libraio a Tübingen, raggiungendo una discreta indipendenza economica. Successivamente, diventa culture d’antiquariato e libraio presso Basilea. In Svizzera studia l’influsso del grande storico Jacob Burckhardt e lo accosta a altri maestri di pensiero, quali Goethe e Nietzsche. Nel 1901 viaggia per la prima volta in Italia: resta estasiato da Firenze, Venezia e Ravenna. Nel 1904 torna in Germania e sposa Maria Bernoulli con la quale andrà a vivere sul lago di Costanza, nel Baden. Dopo la morte della madre pubblica la prima raccolta di poesie liriche, scritte tra Basilea e le città italiane: Gediche. Mentre il lavoro letterario gli consente di vivere abbastanza bene (nascono tre figli: Bruno, Heiner e Martin), Hesse ottiene un grande successo con il romanzo Peter Camenzind, edito da Fischer in Berlino. Entra inoltre a fare parte di numerosi circoli culturali dal respiro europeo.

Nel 1910 il romanzo Gertrud viene edito per Langen in Monaco; nel 1911 è la volta di Unterwegs, un’altra raccolta di poesie, edite per Müller. Finalmente, nel 1911 riesce a soddisfare la brama viscerale di viaggiare in Asia: Hesse esplora in compagnia di un amico pittore i territori dell’India e prosegue fino a Sumatra e Singapore; torna in Svizzera intellettualmente segnato dai viaggi culturali e persevera nella ricerca del senso esistenziale, anche con domande sul destino dell’Europa. È interessante riportare dagli Scritti autobiografici questo atteggiamento di ricerca interiore, capace di affrancarsi dalle esperienze propriamente geografiche dei viaggi:

 

La mia vita verso l’India non passa per navi e ferrovie, ma attraverso magici ponti che dovetti io stesso trovare. Dovetti anche cercare laggiù la soluzione dell’Europa, cessare di attraversare l’Europa dentro di me e di fare della vera Europa e del vero Oriente un’unica cosa nel mio cuore e nel mio spirito. Ci vollero ancora anni ed anni di dolore ed inquietudine, di guerra e disperazione2.

 

Tra il 1913 e il 1914 pubblica Aus Indien e Rosshalde, dopodiché inizia la Grande guerra. La devastazione si riflette anche nelle numerose crisi familiari; la moglie cade nella malattia mentale e il figlio Martin si ammala gravemente di meningite.

I terribili avvenimenti che si stavano sviluppando in Europa costringono lo scrittore tedesco a ripensare profondamente la sua attività artistica, caratterizzandola con un marcato scavo esistenziale. Infatti, un esempio diaristico datato 1920 può offrire una valida metafora del profondo sincretismo culturale e spirituale che, coerentemente alle esperienze e agli interessi dello scrittore, anticipa tutte le possibilità del futuro immaginario di personaggi e atmosfere:

 

Finora le mie letture, le mie ricerche e il mio assenso si volgevano solo all’India filosofica e meramente intellettuale dei Veda e di Budda: un mondo che ha come centro gli Upanishad, i discorsi di Budda e i Bhagavad Gita. Da poco vedo accostato all’India propriamente religiosa degli dèi Visnu e Indra, Brahma e Krishna. E ora il buddismo mi appare sempre più come una Riforma, notevolmente pura e raffinata: una purificazione e spiritualizzazione che ha il solo difetto di voler con grande zelo distruggere mondi di immagini ai quali non è in grado di sostituire nulla. Ogni religione colorata di riforma induce al culto dei sentimenti d’inferiorità […]3.

 

E ancora:

 

Ai buddisti è proibita ogni disputa intorno al Nirvana. Budda ha sconsigliato e diffidato del voler sviscerare il problema se il Nirvana debba essere solo negativamente come quiete o anche positivamente come beatitudine […]. Il Nirvana, come io lo intendo, è il passo risolutivo nel ritorno oltre il Principium individuationis, e dunque, espresso in termini di religione, il ritornare dell’anima individuale all’anima universale. Altra questione è se si debba desiderare questo ritorno, cercarlo e affrettarlo, oppure no4.

 

E sulla scia degli studi e cure psicoanalitiche (si ricorda che lo stesso Hesse fu paziente di Josef Bernhard Lang, un allievo di C. G. Jung, imparando anche sulla sua pelle l’importanza degli archetipi per la crescita umana), giunge alla seguente conclusione:

 

Non so neppur io bene donde mi venga la segreta fede che ciò, nonostante tutto, non debba avvenire, quando ci si avvii verso il caos con l’animo con cui io mi ci avvio; forse è solo un resto di inibizione e di moralismo, che me lo fa credere. Ho rappresentato tale processo nelle fiabe La via difficile e Iris, dove l’aderire all’inconscio è concepito semplicemente come un impegnarsi con forze sconosciute, il che è in sé cosa migliore che il semplice volgerne via lo sguardo; e non è ancora per nulla certo che l’inconscio non debba inghiottire e divorare il pellegrino5.

 

Oltre alla terminologia introdotta da Freud fin dai primi anni del Novecento, qui Hesse confessa tra le righe che il suo procedere di scrittore operoso nasconde un altro tipo di lavoro, quello “junghiano” (e lo riconfermerà più volte negli Scritti autobiografici) della manipolazione simbolica di complesse immagini archetipiche che appartengono all’Uomo e al mito. Del resto, non si tratta certamente di un fatto puramente terapeutico, ma di evoluzioni possibili dell’immaginario artistico e culturale in un momento storico pieno di censure e ostacoli per uno scrittore tedesco in Europa.

 

Impariamo soltanto a non sottoporre più le domande importanti della nostra vita, tutte le ricerche di colpa e i problemi di coscienza, ad un vecchio Jehova o ad un sergente maggiore o ad una redazione di giornale, perché le risolvano, ma a sbrigarcele dentro di noi. Dobbiamo deciderci a diventare da bambini uomini6.

(continua nel prossimo numero)


                                             



Setten, 21-8-1892, trad. a cura di Bruna Del Lago, in Hesse. Poesie, Roma, Lato Side, 1980

2 H. Hesse, Scritti autobiografici, Milano, Mondadori, 1971, p. 161, op. cit. in Hesse. Poesie, Roma, trad. a cura di Bruna Del Lago, Lato Side, 1980, p. 16.

Opere scelte di Hermann Hesse, a cura di Lavinia Mazzucchetti, Milano, Mondadori, 1961, p. 271-272

4 Ibidem, p. 276-277.

5 Ibidem, p. 279.

6 H. Hesse, Scritti autobiografici, Milano, Mondadori, 1971, p. 161, op. cit. in Hesse. Poesie, Roma, trad. a cura di Bruna Del Lago, Lato Side, 1980, p. 17.

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