Le magie di Hermann Hesse. Storie e miti - Terza parte
Foto di Paola Casulli - New York - Memorial

Le magie di Hermann Hesse. Storie e miti - Terza parte

diAlessio Zanichelli



Amante fin da bambino dell’immedesimazione con la natura e praticante di magia, come si racconta negli Scritti, Hesse si definisce anche mago e incantatore: le trasformazioni interiori accompagnano le crisi di una vita e esercitano una costante mitopoiesi. Infatti, quel puer divino è forse l’anima del vero artifex, tra incantesimi e operazioni alchemiche, tra “il dentro e il fuori” (avverbi che viaggiando in parallelo accompagnando tutte le azioni magiche di Hesse). Inoltre, la magia consente di scavalcare confini culturali e letterari coevi, raggiungendo orizzonti misteriosi nel lontano Oriente, ma rimbalzando subito, con lo schiocco delle dita del mago, nelle aporie filosofiche di un pubblico prettamente occidentale.

Le maschere non sono soltanto gli pseudonimi, ma i personaggi stessi; le immagini rappresentano superfici di speculazione sopra gli abissi delle costellazioni interiori. Il confronto con il potere atavico della fantasia supera le etichette di una scrittura autocritica, perché la ricezione delle opere di Hermann Hesse è avvenuta anche Oltreatlantico quando, negli Stati Uniti, durante il periodo della guerra in Vietnam molti movimenti giovanili identificarono in Hesse una figura di ribellione pacifica. Di fatto, la lettura delle sue opere in un clima internazionale e in molte lingue straniere è ancora oggi molto attuale.

Scrivere è lottare contro il Tempo prima ancora che garante della Storia. Herman Hesse è riuscito a trascendere la sua storia individuale e consegnarsi intatto ai posteri, nonostante le abiure e le corruzioni del Novecento. È pertanto oltremodo da sconfessare la dissertazione che Furio Jesi fece ad esempio sulle poesie di Hermann Hesse (ma anche sulle sue opere, per la proprietà transitiva della critica ideologica che ne consegue): il noto germanista sostenne addirittura un certo nichilismo nell’atteggiamento dello scrittore tedesco dietro il suo apparente ottimismo, nonché uno stile banale rispetto a quello di Thomas Mann.




Ora, non soltanto il paragone sembra qui abbastanza fragile (nella postfazione alle poesie di Hesse pubblicate per Lato Side 30, Furio Jesi adduce l’argomento della circolarità maggiore dei libri di Hesse rispetto a quelli di Mann, intesa proprio quale conseguenza di uno stile banale e facile a tradursi in altre lingue, di contro all’originalità immaginifica e onirica di Mann, la quale porta all’estremo il gusto dello Jugendstil, spaziando tra immagini e fluidità narrativa, ma salvaguardando lo spazio del distanziamento critico con lo stesso materiale linguistico), ma le punte di culto di un Thomas Mann non giustificano una mancanza di originalità in Hermann Hesse.

Se proprio si vuole ridurre il cromatismo di Hesse a un gioco dai significati effimeri, mistificanti uno spessore storico di prospettiva (in termini fortiniani), l’apparente leggerezza è in realtà l’esito di un processo di identificazione tra gesto evocativo e oggetto evocato dalla sua magia fanciullesca. Insomma, un’induzione siffatta non potrebbe forse nascondere la vera magia dell’Hesse-incantatore? Il perfetto incantesimo che brucia e fa bruciare (per riprendere le parole di Furio Jesi dalla suddetta postfazione) i giovani lettori nell’istante in cui si dischiudono loro le immagini. È l’incanto che supera le barriere linguistiche, i “muri delle traduzioni”: il gesto cela il gusto essoterico del filologicamente proibito; riesce perfettamente a farsi intendere in comunità linguistiche non avvezze al tedesco e che recepiscono i testi in traduzione. Si tratta di un effetto appunto magico, induttivo, panico; l’afflato non si perde tra i percorsi analitici dell’eterogeneità delle traduzioni. Tale qualità è sicuramente estranea agli autori underground, perché la caratteristica del “misticismo banale” è forse il miracolo del metallo trasformato in oro dal mago Hesse. Del resto, la semplicità è veicolo proverbiale di messaggi universali.

Il lettore si può confrontare con le cose indicibili, ma non ne è interdetto. La lettura “fa stare bene” il lettore di Hesse, come scrive Furio Jesi banalizzando tale effetto. In realtà è l’elemento del connubio tra semplicità e immagine che fa davvero godere il seguito dei lettori di Hesse. Se ancora oggi, a distanza di anni e senza le lenti distorcenti delle ideologie passate, la lettura “fa stare bene” non dovrebbe costituire un reale problema, visto che si sta parecchio male in questi tempi di aridità immaginativa. La semplicità con cui si attraversano le muraglie delle traduzioni ha anche dato seguito a quella critica sull’apoliticità di molti amanti di Hesse, mentre lui stesso è stato spesso etichettato come “individualista anarchico”.

La presunta accusa di a-storicità è dietro l’angolo e poggia su quell’eterno e pericoloso presente dal punto di vista storico-ideologico-occidentale; ma con queste letture limitanti delle opere tedesche si dimentica troppo facilmente il potere taumaturgico dell’incanto, le bellezze dell’infanzia umana, che ne interessano i miti, soprattutto in uno scrittore e poeta che comunque non visse lontano dalle cerchie della grande cultura tedesca e europea. D’altro canto, l’eremitaggio non potrebbe anch’esso rappresentare una qualche forma archetipica da integrare nel percorso umano dello scrittore?

Hesse esercita sulle menti e sui cuori un’esatta psicagogia, per-un-esser(ci)-nel-tempo, percorrere (o ripercorrere) un piccolo rito iniziatico, attraverso l’interrogazione del viandante e poi dell’eremita, dell’infanzia e della vecchiaia, parti opposte e in perenne tensione che si risolvono nella completezza dell’essere umano. Il linguaggio del mito può essere ancora oggi interpellato con potenti analogie; inoltre, il suo tempo circolare ci salva dagli approcci troppo unidirezionali della cronologia storica e dalle sue accidentali teleologie, non prive di altre e malsicure piccole mitologie, come quella dell’equivalenza tra progresso (tecnologico, economico, scientifico) e sicuro miglioramento della civiltà.

Infine, il mito non è stato certo posto in un aut-aut con la Storia; è proprio Hesse che scrisse un’Allocuzione nella prima ora del 1946, mantenendo faticosamente fede al ruolo di ammonitore e confortatore, parlando per la fragilità e la precarietà di questa e di ogni altra pace […] e trattando una Weltgeschichte che non teme di confrontarsi spiritualmente (o idealmente) con le figure di Socrate, Lao Tse e Budda. 


Ma allora, che cosa dobbiamo augurarci, se la scelta è solo tra gli inferni dell’eroismo e le meschinità di una vita senza storia?


Come si può notare, la domanda è una provocazione alla rigida dicotomia; lo stesso scrittore per tutta la sua vita si è spostato tra due polarità estreme con la leggerezza del bambino che gioca a fare il mago. E, naturalmente come tutti i grandi giochi, questo deve essere giocato seriamente fino in fondo. Poiché, come è scritto nel Demian: se percorriamo insieme i sentieri dell’amicizia, tutto il mondo, per un’ora, è patria per noi.

Infine, non c’è alcun dubbio sulle capacità di dilatazione e compressione del mondo dei personaggi di Hermann Hesse; essi possono veramente viaggiare lontani nel tempo e nello spazio. Qualora i lettori più politici fossero dichiaratamente schierati per la ricerca delle verità storiche, in termini prettamente democratici, e considerassero la necessaria separazione tra Storia e mito, potrebbero rivedersi la tetralogia manniana su “Giacobbe e i suoi fratelli” (Joseph und seine Brüder) per rifletterne la portata con i linguaggi colossali della letteratura tedesca, senza per questo immolare il fanciullo divino nei fili spinati di una Germania segreta.





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