Tre inediti di Alfonso Guida
Paola Casulli “Ladakh, i monasteri sopra le nuvole”

Tre inediti di Alfonso Guida

diFrançois Nédel Atèrre

La poesia di Alfonso Guida ha una forte connotazione empirica, è saldamente aggrappata al mondo visibile per vocazione e per metodo, riporta l’umano e la sua esperienza al centro dell’attenzione, li riscatta.

Il Petèl, il codice della natura, le espressioni della lingua madre così chiare (e proprio per questo così arcane) nella lingua di Zanzotto e di Pasolini, diventa con lui una nuova, accorta regressione verso l’utero linguistico.

Gli scritti di questo periodo corrispondono a una fase del dopo, e coincidono con un nuovo esilio, una sospensione in cui la parola sobria e squadrata rinnova il patto con gli elementi primordiali e i beni necessari; la quotidianità -diceva del resto Dario Bellezza, è il vero trionfo, e il poeta sembra chiamato a darne conto.

Sono passati dal suo esordio, se non vado errando, ventitrè anni, eppure Alfonso trova un nuovo modo per indagare l’eterna congiunzione tra scissione e poesia, il rapporto di causa-effetto che sembra scaturirne, almeno, il rapporto di dipendenza tra ferita e canto.

Muovendosi in avanti e all’indietro nel tempo -cosa che ogni poeta dovrebbe essere in grado di fare - Alfonso canta qui come farebbe un ragazzo, lasciando da parte il bagaglio del vissuto e le inevitabili conseguenze, spogliandosi dell’abito dell’uomo compiuto per prendere su di sé, francescanamente, la responsabilità della parola nuda.

La poesia, in fondo, contempla anche un corollario inevitabile, la continua ostensione di sé alla quale Alfonso non si è mai sottratto, che non corrisponde alla creazione di un personaggio, ma alla distruzione -o destrutturazione- di quel simulacro: l’attitudine a questo sforzo (vorremmo dire al martirio) rende possibile una nuova comunione, o molte altre comunioni: se, come è stato osservato dalla critica più avveduta, c’è sempre in lui un luogo che sta al posto del luogo, è anche vero che ci sono persone nella sua opera che stanno al posto di persone. L’intero paradigma della rappresentazione ne risulta, così, meravigliosamente alterato.

Il muratore di questi versi -ma poteva essere preso a prestito un qualsiasi archetipo, volto dell’amore o della passione-  sa “…chi va spigando”, conosce “… i sogni e i segreti del giardino amoroso”, proprio perché guarda “…con gli occhi di ieri”.

Accade lo stesso alle ragazze nella corriera, alle figure di un mondo perduto in una campagna delle origini, nel ritmo faticoso e crudele, ma per questo confortante, della vita dei padri: loro non ci sono, le ragazze neanche, ma proprio per questo sono più reali di chi si appresta a leggere.

 

C’è sempre qualcosa di iniziatico che la poesia di Alfonso presuppone, ma l’adesione comporta solo un atto di fede, un lungo noviziato fatto di veglie e di fiducia nel cielo più che di studi faticosi e inutili mortificazioni della carne da parte dei novizi: in questa nuova approssimazione nella più squisita accezione etimologica- al mistero della vita, Alfonso Guida sembra dirci che è il reale a risolvere il paradigma delle nostre esistenze, a patto però che ci trovi sfiniti lungo la strada, impegnati nella sola fatica del vivere.


 

LA LEZIONE DI R:

Tu mi guardi, muratore, con gli occhi

di ieri. I gatti vicino alla tua casa 

pensano, raccolti. Sono indovini

di scale. L’alba ghiaccia e il paese ride.

Tu sai chi va spigando

tu conosci i sogni e i segreti del giardino amoroso 

muratore che scorri tra le pieghe del mio plaid 

io, sotto, mi aggrappo ai tuoi fianchi e la spalla è calda.

Tu premi dentro come siepe che si addentra nel sole 

e nel guardarmi "mangia il frutto - dici- mangia, mangia".

allora scendo e, con debole fiato,

resto e insieme mi congedo.

Fuori è lì, dove fa storie e meraviglie il vento, lo scudo

del vento rotto sull’asfalto e le tue anfore cadute 

sul pozzo e le castagne vecchie nel cassetto.

Poi Gesù in Ascensione 

tra la quercia e un fitto di eriche.

Le tue costruzioni e la semina che prende la terra 

quando uno crea. Noi due, nel sogno, col talismano e un lume.

Basterebbe, ecco, baciarti, muratore, corpo

che manca, buio che non dona e mi denuda.

una volta mani strette alle mani, le labbra tra i denti, 

darsi e accogliersi, in un ritmo, 

liberando ciò che non può essere più dato di ognuno.

La luce ora si è chiusa 

nei muri. non vuole nascere, la luce riluttante.

Tante monete d’oro si disperdono e la rima 

vuole unire indifferenza e morte 

dove qualcuno si getta nudo e ora stai morendo.

muratore, come il tuo tempo in me, nato per slegare

le mani, dicevi. Ci siamo amati

senza promesse, fedeli e proscritti.

 

 

1985

Le ragazze nella corriera cantano.

 

Si lascia il paese ai morti e ai netturbini.

 

Tra le pinete joniche e il juke-box, un gelato alla menta, 

sorridendo. Chi viene prima, ignora.

Chi viene dopo, rimpiange. Ed è un tratto 

di canzone dentro una nostalgia, il mare contento di stare 

dove ognuno si riconosce, in un rottame, una foto, 

un ago di pino, un bambino.

i morti inazzurrati di mano in mano si passano 

rami di querciolo e il cielo è di un colore acre, atletico.

 

Le ragazze nella corriera cantano.

 

Le cose che non mutano, la stella 

nel grembo della falce, non arrancano, 

ma, lente, affiorano alla riva verde 

di un prato. Il sale viola delle argille

s' incupisce nelle prime ore di notte.

                         S'incamminano 

tra il viale e il giardino, le spalle calde, un vocio 

che all’alba non è più uguale. i contadini sfrecciano, seri, 

sull’asfalto. Le donne. 

sedute a gambe aperte, abbracciano brocche e cesti 

sugli autocarri, il mistero dei vigneti, 

la quiete silenziosa dei grembiuli.

 

 

GIUDIZIO ABBREVIATO 

tra chi si dissolve e chi resta, un soffio.

silenzio, laceri i suoni, la pietra, 

la scure nell’orto e circondi di ombre 

fuggiasche le colline, trovi il riso

dei passanti e l 'arcadia dei torrenti.

    Nascosto alla pioggia di primavera 

     ti calmi, attendi un luogo, chiedi dove

     decifrarti. Silenzio che fiorisci 

tra le traiettorie tragiche e mute 

dei morti, sotto gli armadi, allo specchio,

tra luci di lanugini. Alle quattro

doni due spighe al vento, non ti perdi

tra gli ulivi, smarrisci

la consistenza di zolla, incontri pomeriggi vasti

come il disegno dei gusci.

                                    La luna 

di marzo prepara la pula e spala 

i granai ancora vuoti.

Non si vedono i papaveri e ruota 

l'ora come il bacio di ieri, con passo

lento e segreto, le labbra, la lotta.

 

 Alfonso Guida (1973) vive a San mauro Forte (Matera).

Premi: Dario Bellezza per l’opera prima "Il sogno, la follia, l'altra morte"(1998); Montale con la plaquette "Le spoglie divise"(5 Stanze per Rocco Scotellaro) (2002).

Pubblicazioni: per i tipi Poiesis Il dono dell'occhio (2011), Irpinia (2012); Ad ogni passo del sempre (Aragno, 2013), L'acqua al cervello è una foglia (Lietocolle, 2014), Poesie per Tiziana (Il Ponte del Sale, 2015); Luogo del sigillo (Fallone, 2016). Conversari (Round Midnight Edizioni, 2021). Varie le plaquettes: Via Crucis, Note di Terapia, Nous ne sommes pas les derniers.

Le tre poesie sono tratte da una raccolta di prossima pubblicazione da Terra d'ulivi edizioni

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