“Tra nuvole e catrame” di Giovanni Balzano
Paola Casulli - New York

“Tra nuvole e catrame” di Giovanni Balzano

diGiovanni Perri

Coi modi suoi consueti, con le sue proprie armi, in uno stato quasi di abbandono alla carne che sembra macerata ma è compatta e chiusa in un quaderno di urli, Giovanni Balzano ci parla di speranza e d’amore. E dell’amore il suo prisma fecondo, e della speranza il suo nugolo di echi e accordi.

Tra nuvole e catrame (Terra d’ulivi marzo 2020, pagg. 96) è il racconto, il disegno, la rappresentazione di una estrema pietas; è un canto di dolore non rassegnato, anzi elevato al cielo inquieto e livido dove s’ammassano, s’intersecano, si liberano struggenti acrobazie di vita. E’ un canto di civiltà e di straordinaria umanità dentro un paesaggio rammendato, tutto pieghe e frammenti di luce improvvisa, dove il canto vira miracolosamente i destini e gli occhi strappano una loro ultima speranza di verità.

Dico rappresentazione e intendo l’incastro, il perfetto coagulo delle materie che ne determinano l’esatta congiuntura di motivi: la materia verbale, certo, essendo innanzitutto un libro di poesie in cui un motore quasi insonne combina slanci di smisurata lirica alla sua umbratile ma esplosiva messa in scena: lingua scossa in ritagli e fughe, attacchi di sincera ribellione e di preghiera, chiusi in un loro perfetto equilibrio sintattico e retorico nel dire la piena dignità umana fatta di voci e presenze imploranti, nella emorragia di un dolore, o piuttosto nella sua declinazione in sogno; lingua piana eppure nervosa di pene e segreti, tutta rabbiosa e ammonente, riemersa, pare, da un suo fondo etico e civile. 

E poi c’è la materia pittorica: fatta di resistenze, tensioni, virate del più recondito umore: cromia della lacerazione e del sodalizio, tutta sagome chiazze e colate, cromia dello spavento e della saggezza, del nudo scheggiato stupore. 

Negli “schizzi”, come li chiama l’autore, la scena tutta nevralgica e sonora dei versi si fa visibile in un groviglio di ombre espressionistiche: sagome, figure del sacrificio e del conflitto, braccia tese nello spavento o nella compassione, uomini e donne, rami e nuvole, reticoli di puro appiglio sinergico. Balzano assembla cielo e terra in un tagliente ma delicato ideogramma morale, segnato da umana speranza, e ci mette tutti nel suo girone, nella sua apocalisse di sguardi e voli e cadute, per poi tirarci in salvo.

Insieme, i due registri, chiedono d’essere assorbiti in una sola visione, da un occhio interiore, livido e catramoso, ma tanto aereo, folle, libero, numinoso. Chiedono di partecipare al medesimo volo in una prospettiva di accordi funambolici eppure calibratissimi. Giovanni, artista versatile, scompone e ricompone un dramma che ci appartiene e lo fa senza compromessi, toccando la cruda realtà dell’esistenza e in questo la sua poesia e la sua pittura diventano la voce di un’umanità intera nel corpo e nella voce di un’anima sola, che si eleva oltre il suo precipizio.


   

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