"Ho lavorato sodo" di Antonio Ciavolino
Foto di Paola Casulli

"Ho lavorato sodo" di Antonio Ciavolino

diGiovanni Perri

Quando leggiamo una poesia in realtà noi leggiamo qualcosa che è più ed è altro di un comune bisogno di comunicare. È qualcosa che va oltre la necessità di trasmettere un messaggio, e per questo, quando leggiamo una poesia, in realtà, noi ci mettiamo in ascolto. Dico ascolto e intendo quella capacità di entrare nella disposizione di canto in cui il poeta da millenni dimora, e per il quale egli si eleva a qualcosa che va oltre se stesso; intendo l'abilità, o se si vuole, la naturale predisposizione del lettore, a individuare la traccia originaria della voce in cui poeta e poesia finiscono per coincidere. In quel punto preciso, troveremo l'autore pronto ad accoglierci nel suo mondo di visioni e onde e sarà l'inizio di un viaggio da compiere all'unisono, quasi come se quel canto, lasciato così libero dentro il nostro respiro, fossimo noi stessi a produrlo.

Nel variegato mondo della poesia contemporanea, Ciavolino acquista per diritto il titolo di cantore; e quasi mi verrebbe da dire al modo dei latini o di quei provenzali o siciliani che forgiarono la cultura letteraria del nostro paese defluendo in un petrarchismo che è ancora vivo e andrà ben oltre i nostri tempi. Ed è un cantore padrone del proprio canto ma già disposto a perdersi nelle sue più imprevedibili spire. Un cantore moderno della tradizione o meglio un cantore senza tempo, giacché egli insegue il mistero della musica, e si fa portavoce di quella grammatica, ovvero di quel pentagramma dei sentimenti che aleggia non solo nei rapporti umani, ma in tutto ciò che lega da sempre l'uomo alla vita: l'amore, dunque, nella sua ampia gamma di colori; ma anche la morte, come tensione ed attraversamento di un più profondo senso del tempo, di una sua più consapevole acquisizione; la fatica, il lavoro, come mezzo per meglio scorgere la bellezza della natura che ci circonda; la felicità, come ricerca appassionata del bene nella umiltà del suo più intimo seme, come esperienza del raccolto, scommessa, dono, ipotesi divina; e ancora, i desideri, le gioie, le illusioni, la passione e gli affetti nel loro continuo rifiorire oltre l'azzurro dei monti e dei cieli, nei vuoti e nei pieni zodiacali.

 

"Ho lavorato sodo -esercizi di scrittura-" uscito senza troppi clamori, per Controluna, nel febbraio 2021, rispecchia, per certi versi, il modo di stare del poeta Ciavolino nel mondo della poesia, fuori da ogni conventicola o consorteria, ricucendo nel silenzio del suo eremo campestre, la trama di una vita spesa tra i versi.

Quella di Antonio Ciavolino è una poesia che svela dunque un canto nascosto. È, come dice Cerbino nella sua acuta prefazione, il riconoscimento di un bene segreto del mondo.

Ma è anche una lezione come esercizio stesso del poetare sulle forme sue predilette, che vanno dal sonetto all'haiku, al distico, in una versificazione modulata e variabile su cui svetta tra tutti il metro classico per eccellenza: l'endecasillabo.

Fior di poeti nell'ultimo quarto del novecento, ciascuno secondo propri fini e modalità, hanno sentito il bisogno di questo ritorno alla metrica, da Fortini a Frasca, da Raboni a Ottonieri alla Valduga, persino Sanguineti, nel tentativo di restituire alla lingua la dimensione intima del proprio canto, in quella culla metastorica della poesia che l'ondata neo-avanguardistica e persino neo-orfica e tutti gli sperimentalismi di maniera o di fortuna avevano in un certo senso rigettato d'emblée.

Per alcuni, e mi piace dire per Ciavolino, la tradizione assolve forse al compito di ricavarsi un centro nel flusso caotico di un mondo, quello postmoderno, privo di riferimenti etici ed estetici, in cui suono e senso, adesso, ritrovano coesione, riprendendo il proprio posto nel disordine emotivo che li attraversa.

Dovremmo ascoltarlo quando il sole declina su una vigna, come un amore di giovinezza ancora vivo negli occhi o come il motivo di un sogno mentre annuvola. Si aspetta una pioggia che suoni tra la gioia e il dolore, l'attesa di un futuro che ritorni, e intanto si va, con passo leggero verso quel suono cadenzato che è il suono stesso dei nostri pensieri, delle memorie che affiorano e senza chiedere permesso diventano poesia.





Commenti

Lascia il tuo commento

Codice di verifica


Invia

Sostienici