Postea  (Dopo di che...) di Lucia Stefanelli Cervelli
Paola Casulli “Ladakh, i monasteri sopra le nuvole”

Postea (Dopo di che...) di Lucia Stefanelli Cervelli

diGiovanni Perri

Letto con gran piacere, Postea, di Lucia Stefanelli Cervelli, nella collana Parole di cristallo, Terra d'ulivi edizioni 2020, è un libro di quelli che non vanno mai riposti e anzi, ti accompagnano ogni volta che un dubbio, un sospetto, un'impressione ti interroga.

Ogni poesia è un piccolo saggio filosofico; è una riflessione sul tempo, sulla noia, sulla scrittura e sulla vita nelle sue interne vertigini; sono sottili raccomandazioni in cerca di un destinatario, lettere senza vista se non lo spiare, se non l'avvertire d’una gioia inattesa, la ricerca di una soglia di senso nel giogo appassionato di suoni che modellano l'animo pungendolo.

Lucia si giova d'un vocabolario fornito e consapevole, ogni poesia reca, calibrato, il segno quasi di una preghiera ch'ella pare rivolga a sé stessa innanzitutto. Ma in quella preghiera trovano posto gli strali e le condanne, ogni abitudine a vivere e a morire, le assenze, le partenze, ogni ambizione a illudersi e ogni delusione; convivono, e quasi tracciano la linea nascosta dell'intera raccolta, l'intelligenza e la creatività sue compagne di vita, il senso di un'alta spiritualità nel cuore di una ostinata malinconia.

Un verso tenace ma fragile come la porcellana, netto, nelle sue icastiche apprensioni ma morbido, pieno di rientranze: un luminìo nel buio; classico, nel suo composto armamentario di figure schiuse nella meditazione del silenzio, che si fa liquido ed esonda per poi ritirarsi e concimare un più alto sentire.

Una sintassi solida che sfolgora ma delicatamente, su un teatro di sagome a scomparsa. Elegante ma non barocca, chiara nella sua evanescenza, sincera nel dire tutto il vero, tutto il segreto di una vita se non giusta almeno ben spesa. Nella speranza, in ultimo, che un seme, anche di sana follia, metta nella scena del mondo il nostro più autentico volto.



Dopo di che… è già l’Oltre

Il residuo del tempo che si sfalda annuvola di polvere

e allontana la netta turbolenza 

d’esplicito contesto di visione

Dopo di che… è l’Attesa 

che, pallida, si affida alla sua noia

           

Sfoglia nell’anticamera il giornale il gesto,

arido d’esproprio, 

che assorbe la sottile inconsistenza

Non passa il giorno

ma si protende lungo assonnata parabola di ponte

che sempre più declina 

fino allo squarcio lieve di acre fenditura

ove s’insinua quell’assorbita linea del disegno 

Ritorna il condensato punto della fine.


*


Affrontare un infinito viaggio,

amare più l’andare che la meta,

transitare per luoghi senza nome

e l’uno all’altro averli sovrapposti

Allora sì che coincide il viaggio

con il passo del tempo pellegrino

Ogni ora incasella nell’incastro

la cattura del luogo al suo momento

Solo così può esserci il ricordo,

datato dalla pagina,

in progresso 

o giocando all’inverso

La vita, nelle immagini, è sommario,

collezione di antiche cartoline 

affrancate al bollo del vistato

Tutto pagato, tutto già spedito


*


Il cielo incerto

le divaganti nuvole

l’azzurro improprio che s’affaccia a vuoto


Abbasso il capo

lungo la striatura

dell’urbano percorso sfilacciato


Soltanto le mie scarpe

hanno ora interesse

dalla polvere oppresse

in ansito e respiro


Calpesto le domande più inespresse





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