Scrutare il lato oscuro - Zebù bambino di Davide Cortese
Menduni - Napoli è

Scrutare il lato oscuro - Zebù bambino di Davide Cortese

diGiovanni Perri

Scrutare il lato oscuro, girare la moneta: portare la finzione letteraria al suo più antico scopo: svelare. Ma anche sorvegliare, svegliare, tirare la chiave o farla cadere dalla porta che viene dal legno di Cristo, farvi un falò di capovolte sofferenze e ballare, al suono di un aperto controcanto, nel verso che arriva preciso e franto, brillo e funesto, dal fondo dei contrari che si toccano. “Vuole la giostra con un solo cavallo. / Vuole un sole che non sia giallo. / Vuole andar piano ma arrivare presto / accendere la luce per vedere il buio pesto.

L’operazione di Cortese, originale e ben riuscita, conduce il lettore in questo piano rivoltato. Con lo strumento della filastrocca indaga l’infanzia del demonio.  Linguaggio mai banale, pur nell’esigenza stilistica di una resa semplice e apparentemente leggera. Guarda, più ancora fissa, incantato, la traccia minimale dell’ombra che ci accompagna, che ci perseguita forse, o sognandoci, dice in realtà ogni volta chi siamo, qual è l’esatta provenienza di ogni nostra lacrima di zolfo, di ogni nostro domato istinto. “Sei una schiappa”, “Sei grasso”, “Sei brutto”. / Ai compagni di gioco dice di tutto. / Li seppellisce sulla spiaggia ardente / sotto infiniti castelli di sabbia. / Solo quando non muovono più niente / repente ha fine la sua rabbia. E ancora: “Sbircia dalla serratura / il piccolo Zebù. / Guarda intrecciati e nudi / i genitori di Gesù”.

Il demonio di Cortese è un bambino come tutti gli altri, gioca col fuoco e decapita le bambole, vìola le regole, bullizza i suoi compagni, imbroglia, inganna, brucia la luce e dove due corpi intrecciati si amano infila il suo occhio curioso. “Ruba la spada di legno a Gesù / quel monello del bimbo Zebù / gli pesta i piedi, gli fa lo sgambetto / non gli risparmia neppure un dispetto. / Tira le trecce a Maria, sua madre. / Per correre al circo ruba i soldi a suo padre”.

Sono gli intoccabili dogmi, le vorticose prurigini del desiderio, i divieti nel sonno divelti per leggi arcane di conquista, per la suprema ribellione del sentire che va più in là del vedere. Occhio dovunque rovesciato, planante intreccio d’ali carbonizzate nel medesimo istinto di sopravvivenza: “Scoccano insieme / la mezzanotte e il mezzogiorno. / È l’ora di un eterno crepuscolo. / Due miei volti si specchiano / nelle ginocchia sbucciate / del demone bambino”.

Con Zebù, con l’infanzia di Zebù, c’è un antico gioco a rincorrersi e a prendersi, guardarsi le ginocchia sbucciate e dire, in fondo, non fa male; e c’è un continuo rispecchiamento dei rovesci, gestiti dolcemente nella lingua svanente del poeta, cullata, sintatticamente, di pedagogia e teologia in delirio, alla estremità, al limite, della lingua adoperata.

Scocca insieme dunque l’epifania della soglia. E come può il linguaggio indovinare la soglia, ovvero il punto di esatta sospensione (e congiunzione) tra il bene e il male? Lo fa, forse, mostrando semplicemente se stesso; ma anche inclinando lo sguardo, rendendolo cioè obliquo, come gli angeli bizantini risvegliati per l’occasione da Mattia Tarantino nello “strumentario” che sigilla l’opera, i quali sanno che “per reggere ciò che resta del mondo, occorre scrutare le trame da sempre cadute fuori dalla figura”. Il linguaggio è dunque lo strumento per rientrare in questo confine di cui siamo intimamente composti, il punto di pericolo, per dirla ancora con Tarantino, con cui tentiamo di afferrare il rischio (il disastro della dolcezza di Maurice Blanchot) che induce alla soglia. Cortese vi arriva con la dolcezza stilistica di cui è capace, accattivandoci, prendendoci per cognizione ovvero per compassione, facendoci amare questo piccolo Zebù con tutte le sue debolezze, infine lasciandoci svanire nella sua lingua infantile ed eterna. “Talvolta se ne sta solo / ginocchia sotto il mento / in cima ad un pensiero / battuto dal vento. / Nessuno lo vede e piange / nel silenzio che fa spavento. / Lacrima zolfo, il piccolo Zebù / gocce che sfrigolano / cadendo giù.


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