Renato Fiorito, "Sortilegio"
Stefano Negri, India

Renato Fiorito, "Sortilegio"

diDante Maffia

Questi racconti di Renato Fiorito sono una vera e propria sorpresa, per più d’un motivo. Innanzi tutto perché lui è una natura poetica che non avrebbe fatto mai pensare a una attenzione così decisa e partecipata nei confronti di un fenomeno ormai dilagante e sempre più emarginato e sopportato male. Poi perché di solito l’argomento è stato affrontato dai giornalisti con interminabili servizi ma anche dai sociologi, dai politici, dalla Chiesa. I barboni ormai sono oggetto di studi che però non hanno mai trovato una interpretazione compatta, la pietas vera e autentica che ne desse la dimensione umana e psicologica, direi la ricchezza di sentimento che scorre sui cartoni la notte mentre dormono, il giorno mentre rovistano nei cassonetti della spazzatura, ovunque ci siano cumuli di rifiuti. Neppure libri di studiosi seri come quello di Chiara Amirante, “Stazione Termini- Storie di droga, aids, prostituzione” (con la presentazione di Ersilio Tonini) sono riusciti a entrare con la leggerezza e le considerazioni, fuori da un qualsiasi giudizio, con cui l’ha fatto Fiorito.

Si sente che egli non ha prediletto il lato folkloristico o cinematografico delle scene e dei protagonisti, che non vi si è accostato con pregiudizi e livore, ma con semplicità, quasi facendosi adottare, virtualmente, dalla loro condizione, diventando, sempre virtualmente, barbone anche lui.

Da qui la capacità di saper cogliere i risvolti inediti e le sfumature di un mondo che dietro l’apparenza nasconde drammi e tragedie, angosce e cadute a picco nella smemoratezza, nel diluvio infuocato che cancella l’identità e ammassa la carne umana come se fosse immondizia.

Non vi racconterò le varie storie, mi piacerebbe che le scopriste voi. Vi dirò comunque che “Sortilegio” è un libro su Roma, sulla cancrena che la Capitale d’Italia nasconde nel suo seno. Ed è un libro che apparentemente è una raccolta di racconti ma che quando le pagine si chiudono diventa un vero e proprio romanzo, un affresco di uomini alla deriva che hanno tuttavia vicende sulle quali bisogna meditare, per comprendere i motivi per cui si entra nell’inferno della diseredazione, nel distacco dal consorzio umano.

Fiorito ha avuto il garbo e l’intelligenza di descrivere i suoi personaggi senza avere paura (“la gente ha paura di chi è troppo povero”, scrive ne “Il banchetto dei poveri”) d’infettarsi, proiettandoli sulla scena dopo averli abbracciati, dopo averne compreso il dilaniarsi interiore. Perché niente accade per caso e se la società fosse vigile e partecipe molte cose sarebbero diverse. Se arrivasse immediato l’aiuto medico ed economico, la follia sarebbe trattenuta dentro il decoro, non diventerebbe sbando, miseria, strazio e dolore.

Ma torniamo ai racconti. Lo ripeto ad ogni occasione, moltissimi grandi romanzieri, a cominciare da Leone Tolstoj, da Anton Cecov, da Ernst Hemingway, da Italo Svevo, da Luigi Pirandello fino ad arrivare a Carlo Cassola, Italo Calvino, Alberto Moravia, hanno sostenuto che è più difficile scrivere un racconto anziché un romanzo. Il racconto ha bisogno di essenzialità, non accetta divagazioni, seppure necessarie come accade in alcuni romanzi, non fa dilagare nelle analisi superflue, non accetta che le caratterizzazioni dei personaggi siano fatte con troppi particolari. Dritti al dunque e quindi con poche linee arrivare a realizzare il carattere dei mondi e dei personaggi, perfino dei paesaggi e degli ambienti.

E’ quel che è riuscito a fare Renato Fiorito ed è evidente che la sua scrittura si è adeguata, ha trovato la cifra adatta ad esprimere il rovello dei vari Sara e Sandro, di Gennarino, di Gloria, di Angela, di Assef l’afgano, di Asso, di Alessio Panella. Di Metronio, di Michele, di Tonino Palumbo.

Nell’Epilogo Fiorito scrive: “Voi credete che tutte queste storie siano inventate? Allora andate per le strade, di notte, e troverete i loro giacigli, i poveri cartoni sui quali queste ombre dormono. Cercate negli angoli bui e li vedrete rannicchiati sotto le coperte a fuggire la morte o a cercarla”.

Si badi, a fuggire la morte o a cercarla, ma loro non lo sanno di essersi incamminati in questo percorso. Loro sono ombre, soltanto ombre. Già, ombre di che cosa? “… la paura più grande ce la portiamo dentro, ed è quella di svegliarci una mattina all’angolo di una strada, scavalcati da passanti frettolosi che non hanno tempo per l’amore e la pietà”.

Qui è il poeta Fiorito a cesellare, il mondo ormai è dentro l’Indifferenza più assoluta, che non è divina, come diceva Eugenio Montale, ma è sporca di egoismo, di frenesia del male, turgida di progetti malefici nei quali l’altro non c’è più, se non per essere servo.

Il dato più rilevante dei ventidue racconti, più Epilogo, è la pacatezza espressiva con cui l’autore narra, senza mai cadere nel patetico, senza strafare, badando a non edulcorare e neppure a rendere carico il peso della miseria dei derelitti. Fiorito guarda al mondo dei barboni come si può guardare un’aiuola, una strada, una vetrina e il risultato è quella che i greci chiamavano misura, cioè modo obiettivo e calibrato di esprimersi, cioè di essere.

Ciò non significa che Fiorito non sia interessato alla condizione di questi poveri, tutt’altro, significa soltanto che le cose vanno colte nella loro veridicità, senza imbellettarle e senza renderle diverse da quel che sono. Difficile compito degli scrittori che hanno appena la parola per fermare mondi in cammino, per stabilire un rapporto di verità tra l’accaduto e il possibile, tra la diversità e il pulsare continuo dell’esistenza.

Ci sono pagine che hanno andamento poetico, e non poteva essere diversamente, anche se bisogna constatare che non appesantiscono il ritmo narrativo e anzi danno coloritura e armonia, vivacità, a volte fino a diventare momenti di prosa poetica:

“La vita è fragile, le immagini si sfocano, e quelle che sono certezze diventano presto fantasmi, giorni accatastati l’uno sull’altro con dentro nascosto il dolore”; “Il mare non si può dire com’è. Il mare è acqua infinita, ed è di più. Il mare ha colori rubati al cielo e lascia specchiare la luna. Il mare è una curva lontana che segna il confine del mondo. Ma il mare è ancora di più, entra dentro, diventa parte di chi lo guarda, è la speranza di partire, è la certezza che la pace è possibile, è il sole che esce dalle onde e dice che, nonostante tutto, nonostante noi, da qualche parte lontana o vicina,  Dio esiste”.

Potrei continuare con altri esempi che ravvivano la pagina narrativa e la rendono piacevole e appetitosa, anche perché, pur non essendoci nessuna intenzione moralistica, resta l’attenzione viva per i comportamenti umani, per la giustizia, per la pace, per l’amore.

Così, per giocare a indovinare, mi viene da dire che Renato Fiorito ha alle spalle letture esemplari di novellatori, ma ha soprattutto la fonte eccezionale de “Lu cuntu de li cunti, ovvero lu trattenimento de li piccirille”, opera geniale di Giambattista Basile, compendio ineguagliabile di fatti che hanno il medesimo tono dei racconti di “Sortilegio”, a significare che Fiorito non nasce senza radici e che quindi è agguerrito anche sul piano teorico.

Che dire di più?

Soltanto che la sorpresa è stata accolta con entusiasmo dalla mia anima e che avendo scritto anch’io, tanti anni fa, un romanzo sugli emarginati, ho sentito che il problema non è finito, anzi si è aggravato, perché la politica o è assente o sbaglia, e io dico di proposito.

La letteratura comunque testimonia coi dati del cuore e dell’anima e non passa indenne come la cronaca, perciò sia chiaro che “Sortilegio” farà fiorire molta attenzione, specialmente se si riuscirà a farlo leggere nelle scuole, ai giovani, per ribadire che la diversità non è una colpa, che la miseria e la povertà non sono malattie infettive, opere del diavolo, ma di una società che non ha saputo reggere all’impatto dei mutamenti.

L’opera di Fiorito vuole anche dimostrare che spesso dentro quei corpi sporchi che dormono all’addiaccio su cartoni sporchi e maleodoranti, c’è un mondo, è il caso di dirlo, proprio fiorito, che però ha perduto le coordinate per affermare la propria esistenza.

Insomma siamo dinanzi a un libro ricco, ricco di vita, di amore, di sottile invisibile proposta per invitare a guardare bene nei bassifondi, non con lo sguardo del passato, degli scrittori dell’Ottocento, ma avendo chiaro in mente un verso indimenticabile di Lorenzo Calogero: “I detriti potranno fare povere cose miracolose”.   



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