Migranti
Elio Scarciglia, scultura fatta con sabbia bagnata, mostra in allestimento presso la Conciergerie, Parigi

Migranti

diFloriana Coppola

Ho messo il necessario nello zaino, la  sua foto. Un libro, due camice, più un paio di scarpe leggere. Il mio quaderno di appunti e la matita. Cellulare e cuffie. Devo arrivare puntuale al porto. Mia madre mi ha abbracciato, senza una lacrima. Sono l’unico della famiglia che può partire. Gli altri sono  troppo giovani,  oppure troppo vecchi. Nella riunione  in cucina hanno fatto il mio nome ed io ho accettato. Che ho preso a fare il diploma?  Non ho ancora trovato lavoro. Volevo fare il maestro. Grande illusione. Mi hanno detto: abbiamo bisogno di soldi, devi andare via. Non ho pronunciato una parola. Come un soldato, obbedisco. Mio padre mi ha messo mille euro in tasca e poi ha stretto forte le mie mani. 

 Non riesco a prendere sonno. Sto qui, steso e immobile, con le braccia lungo i fianchi e la testa che bolle come una pentola sul fuoco. So benissimo cosa mi aspetta. Mi hanno raccontato di questo viaggio. Non sarà facile. Prima devo affrontare il deserto e poi il mare. Dalla finestra la luna sembra un grande occhio bianco. Guarda questo formicaio in guerra. 

Ho dato metà dei soldi agli scafisti e l’altra metà l’ho nascosta in una tasca interna. Uno del gruppo sembra il capo, non mi piace. Ha una lunga cicatrice sulla guancia. Ha preso i soldi con uno sguardo storto e subito li ha cacciati nel  marsupio. Sotto la giacca  ho notato il fodero di una pistola. Mastica nervosamente qualcosa.  Uno di quelli che scansi se lo incontri di notte. E adesso gli devo affidare la mia vita per questo viaggio che ha più incognite che certezze. La barca è una grande balena grigia che ci inghiotte. Ci hanno diviso in due gruppi. Uno ammassato sotto la stiva di sei metri per quattro, altezza un metro e venti. Siamo distesi, non c’è altro modo. L’ altro, che ha dato più soldi, sta  all’aperto  in pochissimo spazio, stretto tra due  scialuppe di salvataggio e la cabina di guida. Siamo centinaia stipati nella pancia di ferro. Donne che allattano, bambini addormentati, vecchi rannicchiati nei vestiti. Un inferno che altalena lento. Negli  occhi c’è il buio della paura, una breve luce che si accende e si spegne. Il mare è una coperta di petrolio adesso, questa prima notte sembra non avere fine. Aspettiamo in silenzio come acini dello stesso grappolo. A ogni ondeggiamento ci muoviamo insieme, un grande corpo animato, fatto da centomila mani e da centomila piedi. Questo viaggio è un sogno comune, afferrato a pugni chiusi. Devo dimenticare il mio nome africano, la mia casa nel villaggio, il cortile. Il fiume. I miei alberi. I miei vecchi. La mia donna. Sotto le dita sento ancora il suo corpo. Devo dimenticare ogni cosa,  per non impazzire. Ogni onda che si innalza e si abbassa taglia via un ricordo. Si perde sempre qualcosa quando si accetta uno spostamento.

Nessun confine tra cielo e mare. La barca si sta piegando da un lato, prende acqua. Non arriveremo, lo sento. Non arriverò vivo. Chiusi in questa stiva. Ammassati come carne da macello. Sento i lamenti dei bambini aggrappati alle donne, nel buio gli occhi sbarrati dei ragazzi. La  disperazione è un sudore freddo che scardina ogni pensiero. Ecco il mio sogno: ogni argine spezzato. Spezzato  in cento pezzi. Tutto troppo in fretta accade per poterlo accettare.

Dal mio posto vedo uno spicchio di luna. Più compressi di prima, manca l’aria. La stanchezza indolenzisce il corpo, ognuno cerca di guadagnare spazio, ruba qualche centimetro a chi ha vicino. La paura  opprime ogni muscolo. Li vedo tra le assi  della botola, stanno in due in cabina di comando e sulla loro faccia non si legge niente di buono.  Hanno intascato parecchio per questo viaggio e so che non avranno scrupoli a piazzarci un proiettile in testa al primo problema. Da lontano sento che arriva un motoscafo. Sarà la guardia costiera. Stanno sparando nel buio. Non riesco a vedere bene cosa succede. Molti sono già in acqua. Da un oblò vedo dei corpi galleggiare supini. I primi morti sono i vecchi e i bambini. Continuano a sparare e quelli rispondono con un mitra e una pistola spara razzi. Vicino ho un ragazzo ferito, non capisco il suo dialetto. Mi stringe forte il braccio. Se mi colpiscono, affonderà con me in questo buco nero, che è adesso il mare. Nero, solo nero sopra e sotto. Una linea liquida separa l’acqua dall’aria. La barca si è quasi inabissata. Le scialuppe sono state scese in fretta e già sono piene. Io mi appoggio a questa trave di legno, forse è ciò che rimane della scala interna. Chiudo gli occhi. Voglio addormentarmi prima di morire.

Il sale brucia la mia bocca. Non sento più le gambe per il freddo. La morte di un altro centinaio di clandestini. Passerà sul TG Notizie e poi dimenticheranno. Chiudo gli occhi e affondo. Vado giù lentamente, un corpo trascinato dal peso della gravità.  Polsi e caviglie  bloccati dal gelo che entra nelle ossa. Siamo un esercito già sconfitto che naufraga. Una distesa di stracci che galleggia così inerme, vulnerabile. Mia madre mi aveva insegnato la pazienza. Ho dentro gli occhi i colpi dati con i remi, inflitti ai compagni aggrappati al legno e ai bordi delle scialuppe. Più feroce di una burrasca questa carneficina in mare. 

La morte è un contagio a cui ci arrendiamo. Nessun riscatto. Nessun futuro sognato. Nel bozzolo bagnato dei panni sono usciti i corpi gonfi d’acqua. Sto annegando. La solitudine dei fondali attutisce ogni percezione, un immenso silenzio liquido. Sulla sabbia vedo a stento altri corpi. Alcuni stanno distesi come sogliole, la faccia sprofondata nella sabbia. Altri seduti e appoggiati alle rocce verdi, ricoperte di alghe, come statue nere addormentate. Un bambino si è fermato nell’angolo concavo di uno spuntone calcareo. Un angelo bruno che prega. Succede qualcosa che non capisco. Una mutazione nel mare dei boia.

Ecco non ricordo l’attimo esatto della trasformazione. Il mio corpo disteso sul pavimento di sabbia e di pietre. Le ginocchia  scorticate cullate dalle onde in un mare di alghe. Ho sentito prima un formicolio elettrizzare le dita dei piedi e poi  un fremito che si estendeva in fretta sopra tutta la pelle.  Le mani si sono allungate come se fossero delle strane pinne e dalla schiena sono spuntate delle ali sottili, che si muovevano seguendo la corrente. Ho iniziato a respirare sott’acqua come un pesce. Ho aperto gli occhi e ho visto in ogni corpo dei miei compagni annegati gli stessi cambiamenti. Nel grande acquario marino adesso nuotiamo piano,  uno strano stormo di quasi umani. Da lontano sembra la lunga scia di una cometa. 

I grandi hanno preso la guida del branco con un movimento sicuro e i piccoli si accodano  dietro, come fanno i delfini. Mi sono spostato con pochi colpi di pinna sul fianco destro per proteggere le donne, che si erano da poco svegliate dopo la mutazione. I volti  non erano più gonfi ma levigati come pezzi di conchiglia. Non eravamo pesci, non eravamo uccelli. Riflessi acquamarina tra i corpi presi in un unico movimento. Non più uomini,  ma creature della terra rinate nell’acqua. Tornate nell’immenso utero del mare per continuare il nostro viaggio, sotto un’altra forma. 


La lettura di questo articolo è riservata agli abbonati
ABBONATI SUBITO!
Hai già un abbonamento?
clicca qui per effettuare il login.

Commenti

Lascia il tuo commento

Codice di verifica


Invia

Sostienici