Di radici e di aria
Nuovi mondi n. 5, foto di Elio Scarciglia

Di radici e di aria

diCarol Guarascio

Docente di letteratura italiana presso l'Università Babeş-Bolyai di Cluj-Napoc, Stefan Damian (1949) si dedica da sempre alla traduzione dall’italiano, dimostrando un grande attaccamento alla nostra lingua, sia per le comuni radici neolatine di italiano e romeno, sia perché, come ha dichiarato in un’intervista, non ha mai dimenticato che il nonno materno aveva dovuto imaprare l'italiano durante la prigionia ad Avezzano dopo la Prima Guerra Mondiale. 

Storicamente, afferma Damian, in Romania i legami con l’impero romano e con l’Italia sono rimasti vivi nei secoli e continua ancora oggi ad esserci un grande apprezzamento per i classici della letteratura italiana.

La latinità è un argine contro la dispersione culturale: la Romania, infatti, vive un momento molto delicato per l’esodo continuo di famiglie e di giovani che favorisce la dispersione della lingua romena rendendola sempre più spenta. Dramma non tanto sociologico, quindi, quanto piuttosto linguistico.


Prima del Manoscritto d’aria Stefan Damian aveva dato alle stampe La provocazione dell'aria e dunque è evidente il fil rouge che lega le due opere. 

L’autore rimane anche in quest’opera con la consapevolezza che il mondo vada raccontato per quello che è: vòlto verso la fine, disconnesso, provvisorio. 

Come scrive Alessandro Cabianca nella prefazione: «L’interrogazione Dio/ dove siamo arrivati?, che allo stesso momento può essere una esclamazione, esprime tutto lo sgomento del poeta di fronte agli accadimenti, sempre più incomprensibili e inumani».

Eppure, il poeta abita e sente proprio l’unico mondo che ha, e non potrebbe essere altrimenti:

Questo mondo in tempesta è mio./Un giorno porterò nelle pupille/il suo volto bruciato/le guerre e le paci/come guerre/ il vento che accarezza odore di nafta/ nel deserto che sapeva di profumo.

La sua poesia non cerca consolazioni. Eppure, non c'è distacco, ma amara fedeltà: il poeta rivendica come suo un mondo in tempesta. 

La libertà, per quanto provvisoria, non parte dalla mente, ma da elementi fisici e naturali, come una foglia di quercia", una goccia di sudore che richiama la fatica ancestrale del padre e, ancora di più, dei nonni, molto spesso ri-chiamati. Si avverte un profondo senso di insofferenza verso il presente che ingoia l'eredità del passato. Gli antenati vivono "incollati alla calce dei giorni". Ovvero: i morti non svaniscono, si attaccano alla casa. Chiedono il conto, esigono una risposta, ma non a parole. Ѐ un sacrificio enorme, quello che si chiede al poeta, diventare “vino di Cristo" ma il sollievo è forse dato dal fatto che il processo sia lento e graduale. Consumarsi, pigiato, insieme al proprio dolore e sudore, per essere offerto al mondo.

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