Il dolore si fa gemma, da "Suite arancio" di Paola Di Toro
È piovuta goccia d’ambra e resina / dal secolo un distillato del sole. / Quasi a possedere tutto il sapere / avvolto nella carezza. /Per questo granello sarei tornata / ― per la casa ― dove l’insetto ha / il diadema della luce.
La raccolta poetica di Paola di Toro, “Suite arancio”, edita da RPlibri nel febbraio del 2026 è tutta così: magnetica, fossile, materica, fluida.
La Di Toro inizia il suo racconto utilizzando la metafora dell’ambra, simbolo lirico particolarmente efficace, l’elemento viscoso versato come una lacrima dall’albero, che impiega millenni per indurirsi.
Rappresenta senz’altro l'emozione che si stabilizza: il poeta vive un sentimento "liquido" e la scrittura fossilizza questo sentimento. La poesia è l'ambra che ferma il flusso del tempo, trasformando le emozioni in qualcosa di inscalfibile.
D’altronde, l’ambra è anche trasparente, onesta come la voce poetica. Non nasconde misteri ma, illuminata, riverbera il proprio contenuto. E se è riuscita ad accarezzare, ammaliandolo, un insetto, un ricordo, un frammento di vita, esso verrà intrappolato per sempre, paralizzato nella sua integrità, e apparentemente sconfiggendo la morte in una teca di luce.
La durezza dell’ambra resta anche nelle altre sezioni, tra cui “Corpus homini” che dimostra una fisicità prepotente. "Ho bisogno del corpo / [...] Ingabbiato nelle / chincaglierie dell’anima". La carne non è un limite, ma un ponte verso la propria vita interiore: ossa, vene, labbra e fianchi sono parole che creano una lingua “somatica”.
"La verità è pornografia / le ossa rami / dai cui schiantarsi / o danzare".
L'autrice, attraverso una metrica breve, nervosa (come ricorda il titolo di un’altra sezione, "Sterminazioni nervose"), senza rassegnazione dimostra che fiorire è un atto di coraggio: "il rischio di rimanere chiusi in un bocciolo divenne più doloroso del rischio di sbocciare".
La notte non ha voce / nel capitolo delle colpe / la luna sta / ― come me ― / appesa alla sua pena.
Qui Paola di Toro spoglia il linguaggio di ogni decorazione. Non c'è consolazione, non c'è l'ambra che brilla o il fiore che sboccia: resta solo il confronto nudo con la propria esistenza. In questi versi quasi asfissianti campeggia l’immagine della luna, specchio del dolore umano.
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