Il nuovo tardomodernismo letterario ne "Lo Stato Pontificio" di Ivan Pozzoni
Elio Scarciglia, Contrasti 1

Il nuovo tardomodernismo letterario ne "Lo Stato Pontificio" di Ivan Pozzoni

diGiovanna Fracassi

Lo Stato Pontificio si configura fin dalle prime pagine come un vero e proprio manifesto teorico del tardomodernismo, categoria proposta dall’autore Ivan Pozzoni. Non si tratta soltanto di una corrente estetica, ma di un cambio di paradigma radicale, che rifiuta tanto il modernismo quanto il postmodernismo, per approdare a una dimensione nuova, “an-estetica”, fondata sulla prassi e sull’interazione sociale. Scrive infatti l'autore: «Il tardomodernismo è una praxis distopica che annichilisce ogni forma di ontologia e di fenomenologia dell’arte» (p. 6). Qui si coglie, a mio avviso, uno dei nuclei centrali dell’opera: l’arte non è più contemplazione, né costruzione simbolica, ma intervento, quasi un atto politico o militante. La poesia diventa rivolta, gesto di sabotaggio contro ciò che Pozzoni definisce lo “Stato Pontificio” della cultura ufficiale. La scrittura è volutamente eccessiva, iperbolica, attraversata da registri molteplici: alto e basso, filosofico e triviale, colto e popolare. Questo “sovraccarico” linguistico non è casuale, ma coerente con il progetto teorico: «Il fine tattico del sovraccarico è la cortocircuitazione dell’estetica seduttiva» (p. 8). In questo senso, anche la volgarità, l’ironia brutale, il sarcasmo sono strumenti consapevoli di destrutturazione. Un esempio emblematico si trova nella poesia La cirrosi empatica, dove l’io poetico si presenta come figura antagonista e destabilizzante: «Non riesco ad integrarmi […] riesco a disintegrarvi, è la mia missione» (p. 11). Il libro è attraversato da una critica radicale: al sistema editoriale, alla critica letteraria tradizionale, al concetto stesso di canone. Pozzoni denuncia una letteratura “consumistica”, destinata all’oblio, e propone un’arte militante, capace di scuotere il lettore. Significativo è questo passaggio: «uno, due, tre, quattro, cinque minuti e le vostre sillogi sono state dimenticate» (p. 11). Qui l’autore mette in discussione la durata stessa dell’opera poetica contemporanea, denunciandone la fragilità e l’inconsistenza. Se dovessi riassumere la mia impressione, direi che questo libro è una sfida: alla poesia, alla critica, al lettore stesso. Una sfida che, anche quando eccede, anche quando graffia, resta viva, pulsante, e, soprattutto, impossibile da ignorare.


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