La carta si fa tutta parlare: l’urgenza della testimonianza
Nuovi mondi, 7, Foto di elio Scarciglia

La carta si fa tutta parlare: l’urgenza della testimonianza

diElisabetta Biondi Della Sdriscia

Nell’ottobre 2025 è uscita, per i tipi di Terra d’ulivi edizioni, La carta si fa tutta parlare 2025, la prestigiosa antologia che raccoglie le opere vincitrici della sezione narrativa del Premio letterario Una cartolina da Matera. Titolo e copertina, ormai divenuti tradizionali e frutto di una scelta felice e significativa del direttore editoriale Elio Scarciglia, Presidente della sezione del Premio dedicata ai racconti, suggeriscono immediatamente che l’opera aspira a trascendere la natura occasionale della raccolta per farsi paradigma interpretativo della contemporaneità. Il titolo, in particolare, ispirato da un verso folgorante della poetessa Claudia Ruggeri [1], affida all’opera un mandato preciso: la carta non è più soltanto supporto inerte, ma si fa, diventa, voce, sostanza parlante che raccoglie un’eredità ideale al fine d’intercettare le tensioni del presente. E la brevità, propria del genere letterario, finisce con l’assolvere una precisa istanza epistemologica, per cui il racconto diviene lo strumento più adatto per rappresentare e conoscere il reale. Non ci sorprende perciò, come felicemente sottolinea nell’Introduzione Maria Antonella D’Agostino, Presidente del Premio, che il tema della guerra sia il più presente nei dodici racconti vincitori di questa edizione, anche se declinato in modi diversi dai differenti autori. Se, infatti, il racconto primo classificato, Operazione Shingle, di Elisabetta Biondi della Sdriscia, è ambientato ad Anzio all’epoca del secondo conflitto mondiale, ispirato alla vicenda, tra realtà e leggenda, di Angelita, la bimba trovata tutta sola sulla spiaggia della cittadina laziale nei giorni dello sbarco alleato da un soldato inglese e diventata simbolo dell’infanzia violata dalla guerra, Oltre la trincea di Mariagrazia Albis (terzo classificato ex aequo) ci riporta ai tempi della Grande Guerra: un reduce, divenuto anziano, rievoca in prima persona l’episodio commovente di una breve tregua natalizia tra eserciti nemici, ricordandoci che troppo spesso militari e civili si ritrovano coinvolti loro malgrado in guerre decise al di sopra di loro. Vita e morte, la pietà di Gaza, di Rolando Perri (racconto segnalato), infine, ci riporta alla realtà di uno dei più brutali conflitti odierni con un originale excursus che dal marmo di Carrara arriva ai nostri giorni, passando attraverso il capolavoro di Michelangiolo, a cui il titolo si ispira, e la famosa pagina manzoniana della piccola Cecilia, morta di peste e affidata dalla madre ai monatti: un percorso che, attraverso il dolore e la bellezza, si prefigge di risvegliare la pietas presente nell’animo umano perché si ponga fine a tutti conflitti esistenti, grandi o piccoli che siano. Di argomento molto diverso è, invece, La bevanda degli dei, di Giuseppe Maria Villano, secondo classificato, un racconto che definirei di formazione, un viaggio alla ricerca di se stesso, ambientato in un deserto messicano surreale, che a tratti cede il posto ad una Napoli rumorosa e concreta: un testo intenso, che ci trasporta in una dimensione tra l’onirico e il fantastico, un omaggio esplicito al mondo narrativo di Borges, non a caso citato in esergo dall’autore. La trasformazione interiore è invece al centro del racconto Le pagine di una vita (Diario minimo di un viaggiatore distratto) di Rita Muscardin (terzo classificato ex aequo): una fiaba moderna, originale e avvincente, che s’ispira al Dickinson di A Christmas Carol, nella quale un cinico uomo d’affari, dopo un misterioso incontro con una giovane affascinante dal nome rivelatore di Angela, ripercorre la sua vita e decide di cambiare e cercare di rimediare agli errori commessi. Una trasformazione tutta psicologica è poi quella narrata da Mariarcangela Gravina nel bel racconto Il tocco del silenzio, meritevole di menzione, che ci tiene col fiato sospeso fino all’ultima parola, tra ricordi passati e desiderio di resilienza della protagonista, rimasta intrappolata tra le macerie dopo un violento terremoto. Se, poi, l’avvincente racconto distopico Poisoned, di Endine Asho, meritevole di segnalazione, ci induce a riflettere sugli aspetti più feroci della natura umana quando è costretta a lottare per la sopravvivenza, Piegate trenta volte di Franco Frola (racconto segnalato) ci ricorda che l’essere umano è anche capace di gesti d’amore e di pietà nei confronti dei propri simili. In questa pluralità di voci e di registri emozioni intense suscitano anche l’avvincente racconto di Antonio Lariccia, Il barcaiolo, e la struggente e delicata narrazione di Andrea Laruffa, Ho perso il mio nome? - ambedue premiati con una menzione - che, seppure in modi molto diversi, ci obbligano a confrontarci con la dimensione altra del post mortem. Ricordiamo, infine, i due testi selezionati E lucevan le stelle di Mimma Carbone, che rievoca piacevolmente ricordi d’infanzia legati alla passione paterna per la lirica e l’originale Fino alla fine delle forze di Pierpaolo Fiore, che invece ci riporta ai tempi del brigantaggio, visto dal di dentro, dalla parte di chi lo ha vissuto in prima persona. 

Da questa rapida rassegna emerge con evidenza che benché ogni racconto sia frutto di una diversa urgenza narrativa, sono però tutti pervasi dalla stessa necessità: quella di testimoniare. Quella stessa necessità che Italo Calvino, nella prefazione del 1964 a Il sentiero dei nidi di ragno, aveva definito furore di raccontare e che fa sì che la pagina da esercizio di resistenza individuale si trasformi in campo di risonanza collettiva. Questa antologia di racconti, abdicando alla pretesa di onniscienza del romanzo, si presenta pertanto come uno degli strumenti più adatti per misurare e rappresentare la crisi del nostro tempo e diventa un atto di resistenza collettivo contro la violenza del presente e il silenzio della ragione.


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[1]  “Il Matto II (morte in allegoria): Ninive” di Claudia Ruggeri.

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