Labbici di seta: un roman du terroir, tra realismo magico e memoria sensoriale
Ci sono opere che, oltre ad avvincere il lettore attraverso la narrazione, hanno il merito di riuscire a coinvolgerlo anche attraverso i sensi, perché le pagine sono impregnate dei profumi, dei sapori, dei suoni della terra in cui la vicenda è ambientata: Labbici di seta, recentemente uscito per le Edizioni Terra d’Ulivi di Elio Scarciglia, è una di queste opere. Scritto a quattro mani da Annarita Carletta e Simona Lepore - salentine, legate tra loro oltre che da legami di parentela (sono infatti cugine) anche da una forte sintonia emotiva e culturale - Labbici di seta è la loro prima esperienza nell’ambito della narrativa. Un romanzo d’esordio, dunque, che ci trasporta nella magia del Salento e ci suggestiona profondamente grazie alle atmosfere evocate, tanto che potrebbe essere definito un romanzo sinestetico, a partire dal titolo, che vede accostati elementi appartenenti a sfere sensoriali differenti: da una parte Labbici, “il vento caldo e umido del sud” che continua a soffiare sulla cittadina di Gallipoli, dall’altro la delicatezza di un foulard di seta verde e oro, appartenuto alla madre della protagonista, il cui apparire in momenti diversi della narrazione, oltre ad avere una forte valenza simbolica, fa da fil rouge all’intera vicenda, collegando i vivi ai morti, il passato al presente.
Il romanzo descrive legami familiari che attraversano tre generazioni, e ci parla di valori legati alla terra e alla tradizione che si intrecciano con i profumi e i sapori del Salento, trasportandoci in un mondo in cui quello che conta sono i principi, gli ideali solidi che sfidano il tempo, come la determinazione, il lavoro tenace ed onesto, i sentimenti profondi. Ho accennato all’importanza che hanno nel testo i profumi, gli odori: il romanzo inizia, infatti, evocando “un profumo sottile” che sveglia Giorgio, il protagonista maschile, “alle prime luci dell’alba”:
Lieve, ma tenace, mi strappò dal torpore di un sonno ancora fragile. Era come un sussurro, un richiamo lontano: attraversava la stanza e si posava leggero sulla pelle, insinuandosi nei ricordi e nelle emozioni più profonde.
Un profumo, dunque, come in Proust, provoca qui, come in altre parti del romanzo, l’emergere inatteso del ricordo: si tratta di una memoria involontaria, che ha il potere di sconvolgere le coordinate spazio-temporali del protagonista proiettandolo in un altrove temporale e suscitando in lui un’inquietudine che lo porta a percorre in moto le strade del Salento fino a Gallipoli, dove s’imbatterà in Fulvia, l’affascinante figura femminile che sembra celare un segreto e che lui farà di tutto per ritrovare. Una narrazione in bilico tra memoria e presente, caratterizzata dall’aleggiare persistente di un’aurea di realismo magico che sottende tutto il testo, grazie alla quale il confine tra mondo dei vivi e mondo dei morti si fa labile, rendendo possibili eventi che non avrebbero una spiegazione razionale, come, ad esempio, il fatto che il foulard verde e oro appartenuto alla nonna di Fulvia venga trasportato dal vento sulla mano di Giorgio, che lo accoglie come una sorta di premonizione. Nel romanzo, infatti, ci troviamo di fronte a una coesistenza di magico e di reale e questo rende credibile, ad esempio, il fatto che Agata, la madre di Giorgio, e la governante Elide, che lo ha visto crescere, non restino sorprese dal fatto che il giovane, durante la sua passeggiata in moto, abbia vissuto un’esperienza rivelatrice, che lo aiuterà a capire la sua vera natura:
Elide si fermò e mi scrutò con attenzione. "Hai visto qualcosa?" chiese a bassa voce. "Qualcuno?" [...] Mia madre annuì, come se avesse già capito. "Ci sono incontri che non servono a riempire il presente, ma a rivelare chi siamo stati... o chi potremmo diventare.
Accanto all’elemento magico, però, nel romanzo è presente anche un sentimento di fervida religiosità che accompagna i protagonisti e li sostiene e li guida nei momenti difficili o nelle scelte della vita: la devozione verso San Pio, la presenza del Santuario del Santissimo Crocifisso della Pietà di Galatone e della chiesetta di Santa Cristina a Gallipoli, le novene recitate per favorire la maternità di Clara fino al coup de théâtre della vocazione religiosa di Salvatore, sono riconducibili ad una fede che permea di sé il quotidiano di tutti i personaggi. Tuttavia, questa religiosità profonda, che non si limita soltanto alla pratica formale e rituale, travalica talvolta i confini della religione tradizionale per dilatarsi in una sorta di panteismo, che include anche la religiosità pagana, legata alla terra e ai suoi cicli, come quando Giorgio, ammirando la bellezza di Fulvia, si ritrova ad invocare Freya, la dea scandinava dell’amore e della fertilità.
La scrittura a quattro mani richiede un intenso affiatamento e un grande rigore, per evitare di cadere nella trappola di sfasature narrative o stilistiche: le autrici sono riuscite ad armonizzare le loro voci in quest’opera d’esordio articolata e ambiziosa tanto da riuscire a conferire al testo una struttura circolare, con corrispondenze significative tra l’inizio e la fine. Il libro inizia e termina, infatti, a Gallipoli, dopo aver spaziato tra la Calabria, il Veneto e persino l’Argentina, inoltre al cimitero di Gallipoli delle prime pagine si contrappone il piccolo cimitero calabrese, dove Fulvia ricongiungerà le salme dei genitori, suggerendoci l’idea che ogni viaggio è in realtà un ritorno alle proprie radici, alle proprie origini, dove la casa, la dimora familiare, con i suoi profumi rassicuranti, costituisce un punto di riferimento ineludibile. Un roman du terroir, nel quale la terra salentina diventa paesaggio dell’anima, una lettura preziosa per chiunque voglia riscoprire la forza dei sensi e la magia che si cela dietro le apparenti coincidenze della vita, ricordandoci che, a volte, per capire chi siamo, dobbiamo aspettare che il vento ci depositi una verità tra le mani.
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