Le bambine di Palermo
Elio Scarciglia, Matera

Le bambine di Palermo

diAlessandra Gasparini

La straordinaria mostra della fotografa palermitana  intitolata “ Letizia Battaglia sono io” , che si tiene presso il Sottoportico del Palazzo Ducale di Genova, iniziata il 29 aprile, si protrarrà sino al 12 novembre, grazie al successo riscosso dall’evento.

Letizia, prima ancora di essere fotografa, giornalista e militante politica, è stata una donna  dotata di rara forza introspettiva e di profonda fiducia nell’operare umano per denunciare e cercare di cambiare quanto non funziona nella società, quanto si contrappone ai bisogni più autentici e urgenti dell’essere umano.

Nata nel 1935 a Palermo, dopo un periodo trascorso a Milano, ritorna in quella che diventerà sua città d’elezione, per dedicarsi alla fotografia d’impegno sociale, inizialmente presso il quotidiano “L’Ora di Palermo”. Al centro della sua attenzione è lo strapotere della mafia, che percorre e abbraccia ogni aspetto della città e dell’isola. Negli scatti potentissimi, ognuno espressione di un’arte preziosa e di una sensibilità tenace, emerge uno spaccato della realtà siciliana, dagli anni Settanta in poi. Collaborerà più tardi con riviste internazionali, lei stessa ne fonderà alcune, come “Grande Vu”, di cui la mostra espone vari numeri. Riceverà, sempre a livello internazionale, numerosi importanti riconoscimenti e sarà candidata al Premio Nobel per la pace. Nel 1992 infatti crea “Le edizioni della Battaglia”, con cui affronta, assieme a personalità autorevoli nei vari ambiti, le tematiche politico-sociali più urgenti  nei vari paesi del mondo.  Muore a Cefalù nell’aprile 2022. Molto altro ci sarebbe da dire di lei, tuttavia la lascerò parlare traendo spunto da vari video di suoi interventi, televisivi e non, presenti alla mostra, e attraverso la forza spiazzante delle sue immagini, che posso solo raccontare ma che è possibile incontrare , oltre che nella mostra, nel bel catalogo dal titolo omonimo  pubblicato da Edizioni Contrasto , a cura di Paolo Falcone.

Alcune sue dichiarazioni, rielaborate dalla mia memoria

Quando scatto provo una grande emozione, che raccoglie tanti aspetti della mia vita, della mia giornata.

Spero che le cose cambieranno, ma questa speranza che costruisco è una reazione alla disperazione di sapere che non cambieranno. Dal momento che la mafia è nelle istituzioni. Tuttavia io devo agire come se pensassi di poterle cambiare.

La mia città è Palermo. Di lei amo tutto, i colori, gli odori, persino le puzze. Più di tutto amo le bambine di Palermo, forse senza futuro.

Falcone era giovane, pieno di entusiasmo.

Quando ho incontrato Borsellino sapevo che sarebbe morto, questione di tempo.

Davanti al suo cadavere mi mancò il coraggio di fotografarlo, del suo corpo era rimasta solo la pancia … Non era più un uomo, non potevo.

Fotografo come vedo, ciò che vedo. Fotografare è vedere.

Le persone che s’incontrano all’Istituto psichiatrico di Palermo sono speciali.


Alcuni scatti,  tutti in bianco e nero, ripresi dal mio cellulare

Pierpaolo Pasolini ( suo grande amico) riflette.

Una bambina con il tutù di danza, presa di spalle, entra in una sala da bagno molto spoglia.

Primo piano dei piedi callosi di una donna, che sale a carponi una scalinata.

Funerali di vittime di mafia. Disperazione e/o compostezza dei parenti.

Bambini esibiscono armi come fossero giocattoli. Con l’aria di chi vuole sfidare la vita.

Un gatto segue silenzioso un topo che, inconsapevole della minaccia, cerca cibo.

Il cadavere di un uomo ancora seduto sulla sedia davanti alla sua casa, la testa e il busto ricoperti con un panno.

 Un bambino col volto coperto da una calza di nylon si appresta a sparare.

Poliziotti in borghese.

Un bambino al capezzale di un parente morto, dietro a un grande crocifisso.

Una bella bambina ricciuta, con lo sguardo preoccupato, assaggia un pezzo di pane, preso dal sacchetto che tiene in mano.

Una bambina triste, un’ortensia davanti a lei.

Due bambine amiche. Una guarda l’obiettivo, l’altra si è scoperta una spalla e la osserva. Sorridono, solo un poco.

Donna che sta partorendo in casa, assistita dai familiari.

In riva al mare, tavola ancora apparecchiata di una festa appena finita. Una gallina si mette in posa sulla tovaglia di finto pizzo.

Una donna di profilo, il volto provato dalla vita, accarezza una statua, un busto di donna a cui il tempo ha corroso una parte del volto. 

Primissimo piano di una ragazza, lo sguardo minaccioso rivolto a chi la riprende, in abito sensuale, in riva al mare. Due  bambini stanno seduti alle sue spalle.

Una bimba d’altri tempi indossa un “vestitino della festa” e sorride. Un grande nastro le raccoglie i capelli. Stringe a sé una bambola d’altri tempi, che seria la guarda.

Il volto assorto, l’espressione muta di dolore di Rosaria Costa, vedova dell’agente del giudice Falcone Vito Schifani, al funerale del marito.

Tanti altri meravigliosi scatti di vita vissuta.

Invincibili

La serie “Invincibili” è stata realizzata nel 2013/2014. Consiste in 12 opere di personaggi che la fotografa giudica appunto “invincibili” nella loro lotta per affermare i diritti umani. Da Gesù a Pierpaolo Pasolini, passando da Rosa Parks, Giovanni Falcone e Anna Senzani, Sigmund Freud ed Ernesto Che Guevara …  Ne sono esposte 9. Ogni ritratto è in bianco e nero e si colloca al centro di una cornice di mini-repliche del ritratto stesso. Una linea rossa, o verde, o gialla, compare in alcune a dare una nota di colore. Anche qui l’effetto è potente. Uscendo acquisto il poster di Pina Bausch, un’altra “invincibile”, per mia figlia, che tanto ama la grande danzatrice-coreografa.

Tre gigantografie a colori

Al termine del percorso, queste tre immagini si distinguono ,non solo perché a colori ma perché difficili da interpretare. Da una parte sembrano pubblicità della Lamborghini,  l’auto che dovrebbe essere la protagonista, in un giallo smagliante e con il noto profilo aggressivo. D’altra parte davanti a lei compaiono due ragazzine, in pose precocemente seducenti. Queste foto suscitarono molte polemiche quando furono pubblicate, una decina di anni orsono. La Battaglia accetta di fare pubblicità al noto marchio automobilistico? E quelle ragazzine in pose sensuali non sono di cattivo gusto? In realtà la fotografa le fa sembrare giovani appartenenti a famiglie mafiose e la Lamborghini appare come il simbolo dell’acquisito potere sociale ed economico della mafia. Penso che a chi le aveva commissionate non siano piaciute tanto ma la fotografa era già troppo nota e importante. Poteva e doveva parlare il suo linguaggio, non altri. 

 “Vatinne”. Vattene!

Letizia Battaglia ha amato molto anche il teatro d’avanguardia. Mentre, nel 1975, frequentava a Venezia un workshop diretto da Jerzy Grotowski conosce il fotografo e fotoreporter Franco Zecchini, da cui avrà tre figlie. Assieme a loro frequenterà anni dopo l’ospedale psichiatrico di Palermo, su cui gira il bel cortometraggio “Vatinne” ( in siciliano “vattene”), presente nella mostra in versione riveduta.

Questo e molto altro offre l’esposizione. L’intensità dei volti, l’espressività dei gesti catturati nei suoi scatti,  rigorosamente in bianco e nero, mi fanno pensare alla tragedia greca. Il dolore, la speranza, l’orrore, l’attesa, ogni passione umana è fermata in una maschera che, una volta impressa nella pellicola, rimarrà icona, a dare per sempre testimonianza di ciò che siamo stati, di ciò che siamo.


Io non sono una fotografa. Ho fatto fotografie in modo più potente di come ho fatto tante altre cose che ho amato fare. Ma non sono una fotografa, io sono io. Le mie fotografie sono io.” 

Letizia Battaglia



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