Le martiri della libertà
Ivor Prickett, Nada Beater gioca co la nipote Gorana. 2006, Rtani, Serbia

Le martiri della libertà

diFloriana Coppola

Sono una scrittrice italiana in una società che arma ancora i suoi figli maschi e li rende capaci di feroci nefandezze, di atroci brutalità. Sono una donna che scrive poesie, respirando l’aria mortifera di una carneficina, le cui vittime sono le nostre figlie e le nostre nipoti, le nostre sorelle e le nostre madri. Sono una donna intellettuale che paga le tasse e lavora in uno stato che spende più per comprare armi da guerra che per investire nella prevenzione di questa guerra silenziosa e tragica tra i sessi. Sono una docente di storia e di letteratura nelle scuole medie superiori, che ha dovuto integrare i manuali con le storie delle donne perché non erano previste, perché erano periferiche, cancellate e dimenticate. Dobbiamo urgentemente insegnare ai giovani a rispettare il diritto alla libertà, il diritto all’autodeterminazione, il diritto a scegliere il proprio destino, il diritto a separarsi con civiltà. Dobbiamo insegnare alle giovani a venire fuori in tempo da legami sentimentali tossici. Le donne hanno subito nei fatti una schiavitù sociale politica e familiare durata millenni e solo da poco la rivoluzione pacifica delle donne ha garantito pari dignità di trattamento salariale e professionale, pari opportunità nella rappresentanza politica e professionale eppure tra uomini e donne si continua a registrare questo scarto esistenziale  di maturità. Le donne non sono le vittime in questa battaglia di liberazione ma sono eroine,  martiri della libertà, perché rischiano ogni volta la loro vita quando affermano la loro indipendenza, quando vogliono separarsi, quando comunicano che non vogliono più continuare una relazione affettiva mortificante. Non sono  vittime deboli ma hanno dato voce al loro nome, hanno dichiarato la loro volontà e per questo sono state uccise. La debolezza è dell’uomo che utilizza la sua forza assassina per fare star zitta la sua compagna, per non voler accettare la separazione e il lutto di un legame che si è esaurito. Allora bisogna conoscere e far conoscere le donne che hanno combattuto per la loro libertà, per esercitare il loro diritto alla felicità e all’espressione del loro talento. Facciamo nostra la scrittura di poetesse e scrittrici che ci hanno lasciato questa lezione di affermazione e di rispetto verso se stesse, di amore per la vita in tutte le sue declinazioni.


Perché devo fermarmi, perché?...Io sono della stirpe degli alberi…il fine di tutte le forze è giungere, giungere all’origine luminosa del sole e calare nella percezione della luce… perché devo fermarmi? La voce, la voce, solo la voce, la voce del limpido desiderio di fluire nell’acqua, la voce dello scendere della luce stellare sulla superficie femminea della terra, la voce del concepimento del seme del senso e l’estensione del pensiero condiviso dell’amore. La voce, la voce , la voce, è solo la voce che resta.

Forugh Farrokhzad scrive così in una sua poesia. Una delle pioniere intellettuali del mondo persiano, che ha pagato un prezzo altissimo per seguire la sua vocazione artistica e letteraria. Costretta a rinunciare al figlio, per scegliere la poesia. A sedici anni sposa un anziano cugino, in un matrimonio combinato, secondo la tradizione iraniana. Il suo primo libro di poesie si intitola  Prigioniera, e verrà subito considerato un testo scandaloso. I contrasti con il marito tradizionalista diventano sempre più feroci e intollerabili. Lui non accetta la sua carriera letteraria e  il suo bisogno di libertà. Il divorzio sarà un evento tragico, un segno indelebile nella sua vita privata, soprattutto perché la legge iraniana la costringe a perdere il diritto di vedere il figlio, per continuare la sua attività artistica. Il trauma dall’allontanamento dall’unico figlio, la sofferenza della separazione si unisce nelle sue liriche a una percezione di colpa e di peccato contro cui lei stessa combatterà fino alla fine. Viene considerata infatti la poetessa del peccato. La sua emancipazione sentimentale e intellettuale sarà avvelenata  da questa sofferta ambivalenza psicologica e culturale: essere libera e donna, rimanere madre e serva. Lei racconta,  con sincera audacia e grande passione, il dolore e lo stupore di questa trasformazione. Forugh adotta lo stile della poesia nuova, una versificazione libera che cerca la musicalità all’interno della strofa. La sua sperimentazione lirica segue la battaglia storica, civile e ideologica della ribellione femminile iraniana, contro il muro dell’ipocrisia e del pregiudizio morale della tradizione culturale persiana. 

Ho vinto, mi sono registrata, mi sono ornata di un nome in una carta d’identità/ e la mia esistenza è stata identificata con un numero. E dunque, viva il 678, rilasciato dal distretto 5, residente a Tehran…Da così  tanta felicità, sono andata  ansiosa alla finestra e in un lungo respiro ho inalato 678 volte/  quell’aria satura di letame, sudicio, urina e sotto 678 cambiali e sopra 678 domande di lavoro/ ho scritto: Forugh Farrokhzad 

Sperimenta una modalità confessionale, liberandosi dagli impacci della metrica tradizionale persiana, dando alla sua poesia un respiro europeo. Versi liberi quindi, con un lessico semplice e colloquiale, familiare e quotidiano, versi dove uno spiccato  minimalismo esistenziale si intreccia con una continua interrogazione speculativa e filosofica sul destino delle donne e degli uomini, anticipando il tema della relazione di genere e della coerenza tra pubblico e privato.  

Quale vetta, quale apice? Datemi rifugio focolai accesi - ferro di cavallo felice sorte - inno alle stoviglie ramate nel buio della cucina / canto malinconico della macchina da cucire / lotta infinita tra tappeti e scope, datemi rifugio avidi amori, che il dolente desiderio di sopravvivenza orna  con il magico liquido e le fresche gocce di sangue, il vostro letto di conquista. / Tutto il giorno, tutto il giorno abbandonata, abbandonata come un cadavere sull’acqua / mi spingevo verso le spaventose rocce / verso le più profonde grotte marine / verso i più carnivori pesci e le sottili vertebre del mio dorso / si contraevano dal senso di morte. 

Muore  a soli trentadue anni a causa di un incidente stradale,  Forugh Farrokhzad diventerà  la più importante poetessa persiana del Novecento, popolarissima in Iran. Alcuni suoi testi si trovano in traduzione italiana e anche francese.  Ha fatto della libertà il principio fondamentale della sua opera artistica e della sua esistenza privata, riuscendo a rinnovare la poesia del suo paese. Sfidando le autorità religiose e i letterati conservatori, Farrokhzad descrive con forza e senza pregiudizi la situazione femminile nella società iraniana degli anni sessanta, contribuendo in modo decisivo al rinnovamento della letteratura persiana del Novecento. Testimonia il ruolo della donna nel matrimonio convenzionale, afferma  l’urgenza di libertà  nella battaglia interiore  tra il ruolo di madre e quello di donna libera. Con un’operazione unica nell’ambito della letteratura persiana, Forugh nei suoi versi parla da donna, esprimendo senza pudore i suoi vissuti.  L’esperienza del disprezzo, della privazione, dell’emarginazione, le numerose sconfitte e le amare delusioni daranno alla sua scrittura una colorazione smarrita e addolorata, la percezione esistenziale di una solitudine incancellabile. Scrive: “La poesia è, per me, come una finestra. Ogni volta che mi avvicino, questa finestra si apre da sola. Io mi siedo di fronte a lei, guardo fuori, canto, grido, piango, mi immergo nell’immagine degli alberi. So che al di là di quella finestra c’è uno spazio e una persona che ascolta, una persona che potrebbe vivere tra duecento anni oppure essere vissuta trecento anni fa, non importa. E’ un mezzo per collegarsi al mondo dell’essere e all’esistenza nel senso più ampio.”

…L’intera vita di mia madre / è un tappeto di preghiera / steso sulla soglia spaventosa dell’inferno / mia madre in fondo a ogni cosa / vede le orme del peccato / e pensa che la bestemmia di una pianta / abbia infettato il giardino / mia madre prega tutto il giorno, mia madre per sua natura è peccatrice,  e per esorcizzare soffia sui petali e sui pesci soffia su se stessa / mia madre aspetta la venuta del Promesso e le grazie discenderanno….Il cortile della nostra casa è solo / il cortile della nostra casa è solo / tutto il giorno, dietro la porta, si sente il fracasso di esplosioni e di cose frantumate / i nostri vicini al posto dei fiori / piantano nei loro giardini granate e mitragliatrici / i nostri vicini coprono le vasche dei loro cortili /  e senza volerlo le vasche di maiolica diventano depositi di polvere da sparo e i bambini del quartiere riempiono le loro cartelle di piccole bombe / il cortile della nostra casa è stordito…

Poesia confessionale e autobiografica,  che segna la dolorosa percezione di una minaccia presente nella sua vita, percepita come un pericolo strisciante e invasivo. La poesia è sempre anche un atto politico, una finestra sul mondo, un ponte spirituale che connette le persone. La poesia ci aiuta a portare avanti con tenacia e determinazione il progetto di costruzione di una diversa sensibilità delle persone, uomini e  donne, nell’ottica dell’indipendenza e della liberazione dagli stereotipi di genere. Noi abbiamo un debito con le donne del primo novecento che hanno iniziato questa battaglia. Bisogna conoscere la  genealogia culturale  femminile a cui  apparteniamo.


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