Le nostre solitudini
In attesa che l'autore ci invii le informazioni tecniche dell'opera

Le nostre solitudini

diAlessandra Gasparini

Ron Mueck alla “Fondation Cartier pour art contemporain”

( 8 giugno – 5 novembre 2023 )


Grandissimo della scultura contemporanea, l’artista Ron Mueck la ha rinnovata profondamente. Il realismo radicalizzato si fonde nelle sue opere con un senso profondo del mistero dell’esistenza umana. I temi sono la nascita, la maternità, il dolore, i dubbi,  la paura, il rapporto col proprio corpo, il desiderio di nascondersi, il sentirsi troppo visibili, il sentirsi invisibili … La morte. E poi gli animali, la crudeltà dell’uomo nei loro confronti.

Mueck nasce a Melbourne, in Australia, nel 1958. Ventenne, inizia a realizzare pupazzi e marionette per il cinema e per la televisione, lavorando anche in ambito pubblicitario. Sua caratteristica è, da subito, l’attenzione meticolosa ai particolari del corpo umano, che più tardi amplificherà o ridurrà di dimensioni, creando esseri minuscoli. Il suo ragazzino in mutande, “Pinocchio” ( 84x20x18 ), viene esposto nel 1996 alla Hayward Gallery di Londra. Inizia ad essere conosciuto  e sia collezionisti che mercanti d’arte  gli richiedono opere. Nel 1997 rappresenta il corpo nudo di suo padre morto in miniatura ( si trova alla National Gallery of Canada di Ottawa ). Nel 2000 viene nominato artista associato della National Gallery di Londra. Mueck ama rappresentare esseri giganteschi, come il suo “Boy” del 1999, adolescente di 5 metri di altezza , in posizione rannicchiata e con lo sguardo timoroso. È già artista  di fama mondiale ed espone nei  musei più importanti del mondo. La prima esposizione personale in Francia si tiene proprio alla Fondation Cartier, nel 2005. L’esperienza si ripeterà, con altre opere, nel 2013. Questa terza occasione parigina consiste nell’esposizione di 6 opere, che racconterò nella sequenza in cui le ho incontrate, inoltrandomi nelle due sale al pian terreno e poi nelle altre due sale sotterranee del grande edificio a vetrate, immerso nel verde di un giardino incantevole e rasserenante.

A sinistra dell’ingresso mi dirigo verso una distesa di enormi teschi bianchi, variamente sovrapposti e accatastati. Un unico teschio scuro fa da contraltare. Li avevo intravisti attraverso le vetrate, mentre sostavo in giardino. L’effetto “prima fuori e poi dentro” è d’impatto. Li vorrei fotografare, mi si offrono infinite possibilità prospettiche ma l’insieme è impossibile ingabbiarlo in una foto e al tempo stesso renderlo veritiero. Queste sculture rappresentano l’essenza dei nostri crani e volti, in qualche modo ancora pensanti ed espressivi. Commenta l’autore: “ Il cranio umano è un oggetto complesso. Un’icona potente, grafica, che ci identifica immediatamente. Al tempo stesso familiare ed estranea, ripugna quanto attrae. È impossibile ignorarla, cattura inconsciamente la nostra attenzione”. Ognuna di queste sculture ci supera in altezza ed estensione. Sono 100 teschi più uno , quello scuro. I bianchi compongono un’unica opera intitolata “Mass”, realizzata nel 2017 per la National Gallery of Victoria ( Melbourne ). Il teschio scuro, delle medesime dimensioni, è del 2021 ed è stato esposto per la prima volta in Francia. Le cento teste pare si sostengano l’una con l’altra. A volte i crani mi sembra vogliano mordersi o divorarsi. Reminescenza di studi danteschi! In realtà l’effetto non è macabro. La bianchezza del materiale li illumina, così come la luce proveniente dall’esterno. Come tutte, o quasi, le opere di Mueck, la materia usata nasce dalla fusione di diversi componenti, come materiali polivinilici, intonaco e resina.

Mi avvio verso la sala di destra e resto senza parole. Di fronte a me un’enorme neonata ( “ A Girl”, 2006 ) è sdraiata, gli occhi semichiusi, la fronte corrucciata, i pugnetti tesi, i piedini sovrapposti. Sembra ancora intenta allo sforzo di uscire dalla pancia della mamma e per niente felice di dovere affrontare la luce e i rumori dell’esterno. Qui le foto di particolari le scatto eccome, ognuno mi sembra miracoloso, significativo , diverso da tutti gli altri e anche da se stesso. Solo spostandomi di pochissimi centimetri l’effetto cambia del tutto, regalandomi sempre nuove emozioni. L’iperrealismo, come espressione tra le più recenti dei nostri infiniti tentativi, che risalgono sino all’origine dei tempi, di rappresentare il corpo umano e animale, mi affascina. Ma nel caso di Mueck si va oltre. Il  corpo gigantesco o minuscolo rappresenta le nostre essenze di esseri umani che si espandono e restringono continuamente. Questo corpo di bimba si espande alla luce, è come se si volesse “scaldare di luce”. Al tempo stesso esprime sforzo, disappunto, fastidio. Questo corpicino gigantesco è ancora macchiato di sangue, come piccole ferite sotto al mento, sul collo, sui piedini, tra le pieghe della schiena … Il cordone ombelicale, non ancora scisso. Sarà difficile, di certo, ma forse anche bello, vivere.

Scendo le scale ed entro nella prima e grande sala sotterranea. Mi attendono nella penombra tre giganteschi cani, come Cerberi ringhianti, pronti ad assalire. Si tratta di “Untitled ( Three dogs )”, opera presentata in occasione di questa mostra. I tre sono alti 3 metri. Certo mi suscitano paure  ancestrali, sembrano uno degli ostacoli da superare per diventare grandi di cui ci raccontano le fiabe della nostra infanzia. Ma assomigliano anche ai luoghi bui e apparentemente minacciosi del nostro inconscio. Non sappiamo,  in realtà, se siano cani vagabondi o da guardia. Forse, semplicemente, diffidano degli umani. Fortunatamente non possono animarsi che nella nostra mente!


Un essere questa volta minuscolo, appeso ad una parete, in disparte, è colpito da un fascio luminoso. È “Baby” , fa da contraltare a “ A Girl”. Un maschietto che è appena uscito, lui pure, dal ventre materno. Anche lui infastidito da ciò che intravede, questa volta gli occhi sono aperti, lo sguardo è severo e quasi adirato.  È lungo solo 25 cm, ma non puoi spostare lo sguardo dal suo corpicino, perfettamente “vivo”. Così illuminato e reale, potrebbe essere un Gesù Bambino consapevole.

A pochi passi di distanza trovo, su un piedistallo, l’opera intitolata “The little Piggy”: un gruppo di uomini si impegna, con crudele accanimento, ad abbattere un maiale che scalpita. Descrive un momento di vita rurale, in piccole dimensioni, ma la sensazione che trasmette è la ripugnanza per una ingiustificabile violenza.

Entro, concentratissima, nell’ultima sala, dove, in una barca a dimensione naturale, si colloca un uomo. Nudo, solitario, espressivo sia guardato di schiena che lateralmente, così come avendolo di fronte. Esprime solitudine, tanta. Eppure è accerchiato da persone che scattano foto, lo riprendono da ogni angolazione. Noi lo circondiamo, ma lui rimane solo, sperduto. Forse l’artista vuole rappresentare se stesso, oppure noi, indaffarati a registrare la solitudine di un altro, che assomiglia così tanto alla nostra.


La lettura di questo articolo è riservata agli abbonati
ABBONATI SUBITO!
Hai già un abbonamento?
clicca qui per effettuare il login.

Commenti

Lascia il tuo commento

Codice di verifica


Invia

Sostienici