L’essenza della virgola
Diceva un amico filosofo: «Si nasce, si muore. L’importante è la virgola in mezzo.»
A ventiquattro anni Lidia Di Maria era un concentrato di leggerezza: quarantatré chili, ricci indomabili e grandi occhi castani che assorbivano il mondo. Uno scricciolo cresciuto a pane e lavoro. Studiava per laurearsi aiutando al contempo nell’impresa di famiglia, ma quell’attività non l’attraeva. Preferiva leggere, andare all’Università, stare con gli amici e con Dario, il fidanzato; applicarsi a occupazioni creative e intellettuali dove esplicare l’attitudine all’arte, la curiosità di sapere e l’eclettismo della sua natura.
La scarsa concretezza di Lidia impensieriva i genitori, sapendo come il mondo non sappia che farsene di idealisti e sognatori. Su un punto però Lidia era ferma, e loro concordi: trovare un proprio lavoro. Così, spinta dal desiderio di indipendenza e pressata dalla famiglia perché si mantenesse, approdò al concorso nella Pubblica Amministrazione. Lo vinse, poi aspettò per mesi il decreto di assunzione.
Oh, ma quando arrivò il primo giorno di lavoro… Oddio che giorno! Dentro, un senso di potenza e di esaltazione al contempo. Assunta, ma a centinaia di chilometri da casa, le sembrava d’essere una dalia espiantata dalla terra, con le radici brancolanti nell’aria. Sradicata sì, ma anche affrancata da invisibili catene: un cardellino al quale qualcuno aveva aperto la porticina della gabbia. Uno scuotimento di piume, una scrollatina alle penne di coda, un colpo d’ali e via, verso l’alto, a volare nel cielo. O almeno così credeva.
La realtà è che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», come proclama la Costituzione. Del resto, se così non fosse, chi sfornerebbe il pane? Chi spremerebbe l’aranciata dal frutto? Chi tosterebbe il caffè? E, più a monte, chi coltiverebbe la terra o alleverebbe mucche? Chi fornirebbe servizi o costruirebbe case? Il lavoro è un’infinita catena alla quale tanti partecipano. Da quel giorno, dentro quest’enorme macchina produttiva, c’era anche lei: Lidia. A vivere un’irripetibile “virgola”. Come piuma in un soffio.
Con notevole capacità introspettiva, Lidia si rendeva conto di non avere esattamente la vocazione della lavoratrice, ma la sua etica non le permetteva nulla di diverso dal fare ciò che doveva, e farlo nel migliore dei modi possibili, o più precisamente: al meglio delle proprie possibilità, come amava dire.
Del resto, l’eclettismo — croce e delizia del suo spirito — non le permetteva di focalizzare null’altro che le consentisse di liberare proficuamente tutto il suo potenziale.
I giorni di lavoro si susseguirono l’uno all’altro. Giorni di lavoro e di speranze, impegno, ambizione. Tra le prime cose che imparò nelle relazioni lavorative fu che la sua naturale franchezza non sempre era ben accetta ai colleghi. Glielo disse Lucia, con fare pacato e con analoga schiettezza: dire le cose così, come le pensava, non sempre era opportuno. Qualcuno si offendeva, qualcun altro la giudicava male. Ad ogni modo, tutti concordavano sul fatto che l’ambizione la divorasse.
Lidia imparò a dirla, la verità, a dirla tutta, ma obliqua, seguendo il suggerimento della poetessa Emily Dickinson: gli uomini non reggono la verità nuda e cruda, bisogna paludarla ad arte.
Nel frattempo scorreva anche la pellicola della sua storia personale, sentimentale, familiare: fidanzata, sposa, madre. Lidia non si faceva mancare nulla, tentava di abbracciare l’universo. Talvolta suo marito cercava di contenerla, riportarla alla serenità, alla quiete di un passo dopo l’altro, senza affogarsi di lavoro ed entusiasmi, usando di preferenza la frase — diventata storica nel tempo —: «Non puoi prendere il cielo a pugni!»
Eppure lei voleva far carriera, anelava all’impossibile, non poteva arrendersi: aveva le sue buone ragioni e qualità. L’occasione si presentò quando il segretario dell’Ufficio dove lavorava, prossimo alla pensione, la coinvolse nel servizio perché lo rilevasse. Il compito le era congeniale, vario e interessante e, perciò, sfidante: disperdeva la noia che spesso la assaliva nella routine lavorativa di altri servizi. La mise inoltre in una posizione di vicinanza al Direttore, il quale, ben lieto di essere sollevato da qualunque incombenza amministrativa, gestionale, di approvvigionamento o burocrazia, apprezzò le capacità di Lidia: dedizione, spirito di iniziativa, problem solving.
Appena quattro anni dopo, per sua segnalazione, Lidia fu chiamata ad altro e migliore compito, nel quale aveva anche due collaboratori. A questo punto la sua carriera ebbe una battuta d’arresto lunga una decina d’anni. Fino a quando favorevoli circostanze la proiettarono verso un incarico di maggiore responsabilità e prestigio, a lungo desiderato. E, muovendo da questo traguardo, per sopraggiunti rimescolamenti di strutture, pervenne ad altro incarico di maggiore gravosità. Il gruppo affidatole era ben più ampio, il lavoro massacrante.
L’ambizione di Lidia però si era acquietata, di pari passo col tramonto della gioventù e la breccia nella salute. Rivisitando il suo percorso, si era accorta di aver rincorso un obiettivo vano, e che il modello del manager efficiente, motivato, produttivo, che una volta ammirava, era diventato ai suoi occhi tanto patetico quanto inautentico, così inappropriato da muoverla a compassione. Senza rimedio o alternative aveva perso mordente e riferimenti.
Gli anni intanto erano passati inarrestabili: dapprima lentamente, e poi — a guardarli dopo, una volta trascorsi — sempre più precipitosamente. Infine si erano accumulati in decenni.
Adesso Lidia sta per pensionarsi. Ama scrivere, e i tanti commiati affrontati nella vita li raccoglie in un libro intitolato I mille addii. Uno di essi lo aveva scritto proprio per l’occasione del pensionamento. Diceva così:
«Cari Colleghi, vado in pensione. Vi saluto nel mio ultimo giorno di lavoro. Saluto tra Voi specialmente quelli che, senza voler sembrare, sono; che, senza fingere, fanno; che portano avanti il lavoro non tanto per apparire, non per subalternità, ma per senso del proprio dovere, per la profondità e autenticità dei propri valori, per serietà professionale e onestà; perché non accettano, come dice Kant, che l’uomo sia l’unico animale che ha bisogno di un padrone per vivere. Un addio più noto e ben più definitivo è quel “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono” del grande Cesare Pavese, una frase di penetrante arguzia e ammirevole sintesi. La circostanza attuale è sicuramente meno drammatica; tuttavia, a favore di brevità, non farò omaggi o bilanci. Formulo un augurio, piuttosto, a Voi che restate: di trovare, o di avere già trovato, nell’ambiente di lavoro una dimensione di corrispondenza tra il vostro essere e il vostro valore, cioè di soddisfazione e, quindi, di serenità. Che etica, gentilezza, intelligenza, amore per il sapere, dignità e rispetto vi accompagnino sempre, dentro e fuori di voi.»
Lidia non avrebbe saputo dire quale fosse “il più bel giorno di lavoro”: se quello dell’assunzione o quello della pensione. Al concorso di scrittura con questo tema, indetto dall’Amministrazione a ridosso del pensionamento, partecipò. Colse l’occasione propizia di formulare un addio romanzato, ma non fornì risposta puntuale, ben sapendo che conta quell’unica, irripetibile “virgola”: l’infinitesimo che contiene la rosa indicibile e l’infinito inenarrabile.
Come aveva detto bene il poeta Giorgio Caproni: «Nessuno è mai riuscito a dire cos’è, nella sua essenza, una rosa.»
Il concorso lo vinse un altro testo, scritto semplicemente, che esaltava la bellezza del lavorare in squadra, dell’aiutarsi vicendevolmente e con spontaneità. Lidia pensò che fosse stato giustamente premiato, a preferenza di chi, volendo brillare come un diamante, s’era consumato splendendo della debole luce di una candela, e aveva pure l’ardire di raccontarlo.
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