Mimosa di Vincenzo Campanelli

Mimosa di Vincenzo Campanelli

diCarol Guarascio

“L'hai mai conosciuta Mimosa? È la più bella del paese. Quando mio padre mi vedeva con lei, si inorgogliva. È una ragazzina di una famiglia perbene. Il padre è il segretario del notaio Motta. Ha studiato sino al quarto ginnasio, mentre la mamma è la governante dei figli del sindaco”.

Una volta Mimosa regalò una libellula a Enrico. La libellula è simbolo di libertà. La libellula sa stare in volo rimanendo ferma nello stesso punto.

È passato tanto tempo da allora: Enrico custodisce questo ricordo come se fosse un sogno.

Ora Enrico è rinchiuso in una stanza; alla finestra ci sono le sbarre, non sa perché si trova lì…
Ogni tanto qualcuno entra e lo strattona, lo tratta come un bambino, lo accudisce… Lui non capisce, non riesce a darsi pace, né una spiegazione riguardo alla sua attuale condizione.

Enrico si ritrova internato senza sapere perché, è prigioniero in una stanza con le grate alla finestra. Enrico prova una sensazione di angoscia, di paura, di rabbia. Non capisce cosa ha fatto di male, perché lo hanno rinchiuso, chi lo ha tradito. Si sente solo, abbandonato, impotente. Non ha nessuno con cui parlare, nessuno che lo ascolti, nessuno che lo aiuti. Non ha niente da fare, niente da vedere, niente da sperare. Non ha più il controllo della sua vita, non ha più la sua identità, non ha più il suo futuro.

Enrico è convinto che chi lo ha rinchiuso è pazzo, vuole vendicarsi di qualcosa di cui lui però non sa nulla.

Eppure, chi lo ha rinchiuso in qualche modo tiene a lui, gli vuole bene, lo accudisce.

Enrico si chiede se è impazzito, se è stato ingannato.

Enrico vorrebbe scappare, ribellarsi, lottare. Ma non sa come, non sa contro chi, non sa per cosa. Enrico si arrende, si rassegna, si spegne. Enrico non prova più niente, non pensa più a niente, non è più niente.

Quand’era piccolo, Enrico viveva con tutta la sua famiglia in un circo che era tutto per lui: la sua casa, il suo paese, il suo universo. Enrico non aveva bisogno di altro, non desiderava altro, non sognava altro. Enrico rimase senza fiato quella volta in cui sua Zia Floriana iniziò a coccolarlo.... Sentì una sensazione strana, come se il suo cuore battesse forte e il suo stomaco si stringesse. Non sapeva se gli piaceva o no, se era giusto o sbagliato.

Era solo un bambino, in un circo.

Poi, arrivò l’appuntamento con Mimosa a cui lui non sarebbe mai andato.

Una delle emozioni che si può provare leggendo un libro come questo è la curiosità. Il desiderio di sapere, di scoprire, di apprendere. Si può essere incuriositi dai segreti, dai motivi e dalle conseguenze della follia che permea questo libro. Si può voler capire come la mente funzioni, cosa spinga i personaggi a comportarsi in modo così anomalo.

Si può provare paura per le azioni e le parole della giovane Mimosa, del giovane Enrico, e poi dei due protagonisti che diventano grandi… paura per le situazioni in un certo senso pericolose che affrontano. Si può temere per la loro vita e per quella degli altri, si può provare ansia, tensione, suspense, orrore o disgusto.

Eppure non ci si può sottrarre all’empatia per una donna come Mimosa e identificarsi con le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi bisogni e i suoi desideri. Si può cercare di capire le sue ragioni, le sue sofferenze, le sue aspirazioni e le sue speranze. Si può provare a mettersi nei suoi panni, a immaginare come si senta, e condividere le sue emozioni.


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