Mirandolina di Marina Carr, regia di Caitrìona McLaughlin
Le tinte della scena sono scure. Il pavimento a piastrelle inclinate bianche e nere, i tavoli di legno così come il bancone, rimandano a quella che può essere definita un’osteria di tempo addietro, oppure a una locanda.
In questo luogo si muove con disinvoltura, mescolando determinazione e irrequietezza, una giovane donna di nome Mirandolina.
Intorno a lei sin troppi uomini la corteggiano in modo predatorio.
Un vero e proprio campionario di mascolinità disturbata e disturbante. A partire dalla coppia dei due amici avvinazzati, sposati, con prole e per giunta di mezza età, per continuare col misogino che mangia sempre da solo e che usa poche parole spesso solo per ferire le donne, per finire col fratello che, avendo ereditato a metà con Mirandolina il ristorante del padre, solo adottivo, un po' la tratta come sorella più piccola un po' si ingelosisce per gli atteggiamenti che lei ha con gli altri uomini.
I riferimenti alla Locandiera di Goldoni sono evidenti ma il testo della drammaturga irlandese Marina Carr se ne discosta per trattare le tematiche femministe dell’oggi, l’atteggiamento predatorio dell’uomo, lo stupro, il femminicidio da una parte, dall’altra una libertà femminile che si appoggia anche su droga e sesso, cercando di rovesciare il ruolo di preda. È lontana questa Mirandolina dalla figura Goldoniana, da alcuni vista come una femminista ante litteram, che usa arguzia e spregiudicatezza per ridicolizzare gli uomini e tenerli a bada.
Gli uomini in questo spettacolo sono tanti, forse troppi, ed è ripetuta questa verbosità maschile fatta di conformismo, di desiderio di potere sulla donna, di violenza; un’esposizione del maschile che quasi non lascia speranza.
Perché l’unico personaggio che si salva è il fantasma del bisnonno.
Da ragazzo aveva assistito a uno stupro di gruppo ed era intervenuto cercando di difendere, è il caso di dirlo, la sventurata, diventando lui stesso oggetto di stupro.
L’aveva poi portata morente tra le braccia verso la fattoria della madre. Questa, a suo tempo vittima dello stupro da cui era nato il figlio, l’aveva accusato di aver commesso il fatto, convinta che il male possa essere in qualsiasi uomo, compreso quello che ha portato nel ventre.
Da qui la profonda frattura tra i due che porta il ragazzo, diventato uomo a non andare neanche al funerale della madre né a mettere una lapide sul luogo in cui è stata sepolta, perché di lei non vuole più sapere nulla.
La drammaturgia di Marina Carr tratta temi di grossa complessità, su chi è carnefice e su chi è vittima.
E le vittime, perché orfani di femminicidio, sono sostenute dall’associazione Orphan of Feminicide Invisible Victim che nel foyer del teatro tiene un banchetto per la raccolta di fondi.
La fine della storia si conclude con il femminicidio della protagonista, svelato sin dall’inizio dell’alzarsi del sipario. E non poteva essere diversamente dato il passo continuo e senza sosta delle dinamiche che si raccontano.
Nell’originale Goldoniano un personaggio chiudeva con Mirandolina con queste parole: “Meriteresti che io pagassi gl’inganni tuoi con un pugnale nel seno”. Nello spettacolo della Carr il pugnale arriva affondando più volte nel seno e nel ventre della giovane donna.
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