Pietre e code di pavone
Elio Scarciglia, Venezia, 2022

Pietre e code di pavone

diDiego Riccobene

La cetra è fionda, l’arco è lira. Davvero questo? O il silenzio, piuttosto – tibi silens laus, come Gerolamo traduce il secondo versetto del salmo 65? Il poeta che si domanda cosa stia facendo – non il come, ma il cosa – dimora nella ragione del dubbio anti-etico. 

L’intento non ci salverà, non lo ha fatto con nessuno, e suona come un ululìo ai sordi, ablazione condivisa che tuttavia non s’elegge nel silenzio della prostrazione o del servilismo; sconosce finanche la volontà di nullificare il detto in nome di una fitta nube ove s’inselva chi di più alto.

La postura in fronte alla parola chiede risolutezza, tutti tentandovi e nessuno riuscendovi percettibilmente, e per quanto sia possibile esserne sfamati; né può trovare soddisfacimento nel deprivarsi, le mani sempre vuote e poi riempite da Dio, come vorrebbe la letteratura gnostica. 

Dato il postulato eckhartiano per cui non siamo liberi nella misura in cui siamo creati [1], allora pro-feriamo nella misura stessa in cui non siamo liberi. Questa la contraddizione in cui ci si dibatte.

Rosa Alchemica, delizioso racconto di Yeats, vede l’io narrante impegnato in una quête: “Io avevo invero dissolto il mondo mortale e vivevo in mezzo ad essenze immortali”[2] . Per avvertire in seguito, non senza amarezza “di fronte alla loro opera perfetta [...] il peso della mia condizione mortale”[3] . Chi usa la parola per corrompere il silenzio nell’Altra invocazione è colui che esperisce con precisione quel peso, assumendone la corruzione cui ogni forma di vita succede. Il solve coagula del processo alchemico si misura in vita-materia soggetta al cesello, per chiederne l’adempimento iniziatico e l’abbandono alla moltitudine che governa la stanca esistenza del mondo. 

Emblema dell’eterogeneo è qui il pavone, suggestione e simbolo in senso ossimorico del termine, la cui presenza sulfurea trasfigura le immagini incise sui battenti che serrano la stanza privata del narratore (luogo del rito, dell’iniziazione dello stesso). Le tinte sgargianti che lo adornano appaiono, come specificato anche da Jung, “immediatamente prima dell’albedo e della rubedo [...] come se il pavone stesse aprendo a ventaglio la sua coda scintillante”[4]. 

La massa eterogenea deve essere pertanto distinta, estraendone e separandone le parti figlie di quella totalità disgregata che la cauda pavonis sa essere, in molteplicità e unità congiunte, la grande antinomia presso cui ogni nostra parola ha da misurarsi.

L’opus della disciplina poetica si determina nell’incisione della pietra per ottenerne altra, è il lavorìo sul  simulacro che inizia al non-silenzio, l’arpa modellata perché sia arco, perché la fionda si faccia cetra di nuovo e addensi il canto al vuoto più compito, come richiesta non adempiuta, in fin dei conti; la parola – non solo pneuma, ma pietra e grumo  – si modella con la perizia degli alchimisti, gli stessi che cedevano le loro doti occulte ai servigi di Rodolfo II, lungo il Vicolo dell’Oro, sotto le mura del Castello in Hradčany.[5]

Ritorna il concetto del non essere liberi: questa è la conditio per la creazione, sempre. Nessuno, nell’atto di creare, è libero. Né certamente lo erano gli eruditi soggiogati dall’Asburgo melanconico al suo vaglio ossessivo. Ci si soggioga alla forma per ragunare sostanza, e pensare che sia la minimizzazione del concetto necessaria per dire, ebbene, è menzogna.

Non casualmente ci si è attardati negli anfratti adibiti al kunstkammer.[6] Non si pone più la questione del come, si diceva: la cetra ha suonato, la pietra traversa la parabola e spacca il cranio, il canto ha detto, ed è impaniato di solida presenza; riappropriandosi del sema, ritorna alla dimora che è luogo di consuetudine per sciogliere la medesima e riplasmarla.

Perizia tecnica e persuasione sono qui materie richieste per compiere la transmutatio, per attraversare la nigredo e uscire nel caos della meraviglia. Il verso può creare simulacri e altari, dunque perché non scolpirli con minuziosa persuasione? 

Cesellare è fatto di poesia, l’inchiodare la parola e cantarla per congiunzione al mistero: lo stesso che spezza il silenzio, carezzando la coda di pavone.


_________________

[1]  M. Eckhart, Sermoni tedeschi, Adelphi, Milano 1985.

[2]  W. B. Yeats, Rosa Alchemica, SE, Milano 1998.

[3] Ibid.

[4]  C. G. Jung, Mysterium Coniunctionis, in Opere, vol. 14, II, Bollati Boringhieri, Torino 1990.

[5]  Magistrale in merito la narrazione di Angelo Maria Ripellino (cfr. Praga Magica, Einaudi, Torino 1973).

[6]  Indico qui uno dei più significativi tentativi compiuti nell’ambito strettamente contemporaneo di elaborare una poetica del mirabilia: l’opera Wunderkammer di Carlo Tosetti, edita nel 2016 da Pietre Vive Editore. Il testo vive della continua percezione di una “bulimia melanconica” (cfr. prefazione all’opera di Antonio Lillo) che anima il verso nella sua labirintica percezione della vastità, in ragione d’una pervicace nervatura formale/musicale.


Commenti

Lascia il tuo commento

Codice di verifica


Invia

Sostienici