Una poesia/ la poesia di Sandro Penna
Amavo ogni cosa nel mondo. E non avevo
che il mio bianco taccuino sotto il sole.
(Sandro Penna)
Negli ultimi articoli ho percorso una traiettoria all’interno della cosiddetta “terza generazione” poetica italiana, una generazione cruciale perché è quella che, raggiungendo la piena maturità artistica negli anni successivi alla guerra, ha fatto da collegamento fra le esperienze “moderniste” della seconda generazione (Montale e Ungaretti in primis) e le direttrici poetiche che avviano la fase contemporanea. Sicuramente anche Sandro Penna ha contribuito a questo passaggio evolutivo pur essendo la sua collocazione non nell’ambito della terza generazione, a cui è vicino anagraficamente (è nato nel 1906) ma lontano come percorso artistico e rapporto con le vicende storiche. È un “inclassificabile”, un “lupo solitario”, probabilmente il più “sabiano” dei poeti italiani (Saba fu per lui un vero e proprio maestro e lo aiutò ad accedere all’ambiente letterario). Quella di Penna è una ricerca rigorosa nella direzione della semplicità in senso “classico”, attraverso un linguaggio immediato, diretto, con «l’assoluta, infallibile naturalezza del ritmo e dell’immagine» [1]. Ricerca che, però, si intesse sopra una trama esistenziale modernissima costituita dal «racconto di un’esperienza umana segnata da una struggente vocazione all’estraneità e tuttavia resa luminosa da una quasi mistica capacità di letizia» [2]. Tentiamo allora, attraverso “una poesia”, di contattare “la poesia” in questo autore molto particolare di cui leggiamo il suo brano probabilmente più famoso: La vita è…ricordarsi di un risveglio.
Ecco il brano.
La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.
(S. PENNA)
Un brano che si presenta come un capolavoro di quella sabiana scrittura “onesta”, aderente al dato fenomenico/esistenziale, sgombra da sovrastrutture nella sua geometria essenziale: «Due strofe di cinque endecasillabi che sono sintatticamente simmetriche: due campate ognuna di un solo periodo» [3] che si snodano in un flusso lineare, quasi un parlato, ritmato da un gioco prezioso di enjambements. È una stesura dal sapore classico, pervasa da «incantevole, passionale grazia alessandrina» [4] in cui il poeta procede con «il suo impassibile, unitario linguaggio melodico (“monolinguismo”, dice Mengaldo, e forse il “più rigoroso assoluto del nostro Novecento”)» [5]. La vita si dispiega nella dimensione dei sensi, del corpo, delle impressioni somatiche e visive: «“una interiorizzazione dell’impressionismo”, “un impressionismo riflessivo”» [6]. Incontriamo immediatamente la dimensione astorica e sensuale di questo poeta che ricerca la “semplice” adesione alla vita, pur nell’alternanza di solarità e angoscia che questo comporta: due registri opposti e complementari che si annodano in questo splendido componimento che giustamente Manica confronta con l’Infinito leopardiano. Un raffronto sicuramente azzeccatissimo nella similarità dell’andamento. Manica sottolinea la parentela di ritmo di quel «Ma ricordarsi» che funziona melodicamente come il «ma sedendo e mirando», come pure osserva che «quel “dolce” e quel “mare” in Penna mostrano più che una traccia attiva» [7] della ben nota chiusa leopardiana. Ma quel raffronto è fondato anche (e forse soprattutto) sul piano dell’esperienza poetica come esperienza assoluta di rapporto cosmico con il tutto in atto intorno. Penna è capace di cogliere perfettamente questo tipo di vissuto nella semplicità quotidiana, regalandoci un insegnamento potente di come la poesia possa essere racconto dell’accadere della vita al di fuori di ogni didascalia, oltre ogni sentimentalismo. Qui si respira, nello spazio angusto di un treno che si apre all’immensità del mare, attraverso una sequenza di impressioni somatiche e sensuali, il porsi in atto di un accadere assoluto, fusionale, in cui l’io si disperde, naufraga dolcemente. Si apre un’emozione poetica totale, che nulla ha a che fare con il sentimentalismo delle emozioni ordinarie, ma che è pura vita in atto, «sensazione di universo», usando una celebre espressione di Valéry. Una poesia immersiva, autentica, correlata fortemente all’essere in situazione esistenziale. Queste le coordinate esperienziali del gesto penniano, sempre attentissimo, aderente all’esistere: uno spirito immerso nel mondo, capace di intessere le impressioni immediate in misurate composizioni in cui si rispecchiano l’armonia delle cose e, insieme, il senso di straniamento e perdita, in un conflitto che trova una ricomposizione, certo inevitabilmente precaria ma confortante e preziosa, nelle misurate stesure testuali della sua scrittura.
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[1] S. Penna, Poesie, Mondadori ed. Kindle – frase tratta dall’introduzione di R. Manica p. 10, che a sua volta cita la quarta di copertina dell’edizione originale 1973 (di mano anonima).
[2] Ivi.
[3] Penna, op. cit., Introduzione di R. Manica, p. 16.
[4] P. Perilli, Melodie della terra – Novecento e natura (Crocetti, 1997) p. 145.
[5] Ibid. p. 146.
[6] Ibid. p. 145 (qui viene citato Bigongiari).
[7]. Penna, op. cit., Introduzione di R. Manica, p. 18.
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