Sull'orlo della gioia/ Il tempo della melagrana
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Sull'orlo della gioia/ Il tempo della melagrana

diFloriana Coppola

Nadia Chiaverini poetessa pisana, laureata in giurisprudenza, prima direttore amministrativo presso il Tribunale di Pisa,  da oltre 20 anni  attiva nella promozione e diffusione della poesia contemporanea, promuove nella sua città incontri su tematiche sociali e sulla questione femminile, spesso coniugando la poesia con la psicologia, la sociologia e l’arte contemporanea. Considera la poesia “una lente d’ingrandimento sul mondo esteriore e su quello interiore di ciascuno”  segno della complessità della natura umana. Alda Merini, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Nadia Campana, Piera Oppezzo,  Patrizia Vicinelli, Beatrice Hastings, Sibilla Aleramo, Elsa Morante, sono solo alcune delle autrici a cui lei ha dedicato il suo tempo e i suoi studi. L’ultimo libro ha una forma insolita: due sillogi, l’una capovolta sull’altra. Due stili completamente diversi tra loro ma che costituiscono una trama sottile dove l’io poetico cerca, in un labirinto senza un centro dichiarato, il suo spazio espressivo diviso tra la rappresentazione del quotidiano e i temi filosofici e esistenziali. La prima scrittura registra la ricerca di una quiete profonda durante il drammatico tempo del lockdown pandemico e fa parlare le sensazioni più serene, risuonano la lentezza di un respiro profondo e l’ ascolto. L’autrice osserva il mondo e, attraverso l’arte meditativa della poesia, rallenta il ritmo frenetico delle sue giornate. L’isolamento costretto in casa permette di immergersi nella propria interiorità più segreta. L’orlo della gioia indica quindi il rifugio esistenziale dove fermarsi e sentirsi vivere, senza affogare nell’angoscia che invade il mondo esterno. La contemplazione di ogni particolare, dalla più piccola foglia al canto degli uccelli, crea lame di luce nei versi, allarga il respiro nella sua condizione cosmica. La natura parla a chi sa ascoltare e  allontana l’anima dallo sconcerto tragico del tempo, per trovare riparo  nello sguardo che accoglie e salva.

So che mi aspetterà/ il giardino / le piante che non curo/ distratta sempre dalle urgenze/Le foglie arse – so già –/ricorderanno la mancanza/Chissà se sarò ancora in tempo/per la cura l’abbraccio lo sguardo/Chimera eudaimonìa/il canto dopo il tramonto   

Poi il libro si capovolge e inizia Il tempo della melagrana. La scrittura prende un tono più confessionale e riflessivo, esprime la dolorosa tempesta affettiva dell’amore non corrisposto, si sgranano pagine dove le ferite private diventano oggetto di un’amara riflessione sull’assurdità degli errori umani, sugli incidenti che bisogna affrontare ogni giorno, scrive l’alfabeto sofferente della sopravvivenza individuale e corale della gente. Lo stile è concreto, corporeo, essenziale.


Parto travagliato/come un muro scrostato/ Ed è ancora qui a metà/questa nascita col forcipe/Chissà se il bambino uscirà sfigurato/nel fisico o nella mente invertebrato/Utero dilatato non abbastanza/se ancora l’accusa del demiurgo è la stessa – È tua la colpa – Mi merito lenta tortura/ma col sorriso umile sulle labbra/senza farci caso alla garrota

L’autrice afferma che con la poesia ha scoperto l’importanza della parola: “…una parola densa, piena di valore rispetto alla società attuale in cui la parola viene urlata, in qualche modo violentata, scarnificata del suo significato. La poesia è, quindi, riuscita a farmi avere un altro sguardo sulle cose. All’inizio era uno sguardo più narrativo, esprimeva i sentimenti, le emozioni ed era anche, in qualche modo, più discorsivo. La liricità e il senso della poesia, magari con un verso più scarnificato, mi costringe invece a trovare l’attimo, la meraviglia della parola: tutto ciò che sta dietro le cose. Quindi, attraverso la poesia sono riuscita in qualche modo ad avere uno sguardo altro, diverso. “ Nadia Chiaverini vive la poesia come una sua compagna di viaggio, presente e costante, sentinella guardiana del suo tempo sia privato che pubblico, diario di bordo di quello che attraversa mescolandosi alla gente, capace di aver cura nel verso dell’altra che incontra per strada. La questione femminile emerge nelle sue liriche senza retorica, con l’attenzione sensibile di chi sa che ci sono ancora tanti traguardi da raggiungere e che spesso proprio le donne rischiano l’oblio, la ferita della dimenticanza. 

Cosa porterà quest’inverno nello sguardo/di quella donna distesa supina/un materasso con l’aria dentro/un letto con le sbarre/ogni giorno sempre meno luce/il televisore acceso costante sempre/il cucchiaio mescola l’impasto nel piatto/ la bocca si apre in automatico/alterna silenzi respiri goffi e sguardi attenti/lamenta qualcosa -mamma- mi dice/chissà cosa vedono i suoi occhi

Suoi poeti di riferimento sono Montale, Saba e Quasimodo ma nei suoi studi sono presenti tanti nomi della poesia contemporanea, soprattutto femminile. Sa che la poesia è una pratica rivoluzionaria ma non salva il mondo e questa consapevolezza rende la sua scrittura una strategia di resistenza e di resilienza. Resistere al dolore e alle sofferenze ma anche cercare di utilizzare ogni lezione di vita per evolversi e crescere umanamente. Il poemetto che chiude la silloge “Il tempo della melagrana” dal titolo significativo “L’infinita cicatrice” è simbolicamente indicativo dell’operazione creativa che spinge l’intero libro verso la sua rivelazione più esistenziale. Riporta la lotta con il “drago”  usando le parole di un combattimento interiore profondamente fisico e sanguigno: la ferita e il taglio, il sangue e la lacerazione, carne viva e placenta, ventre e cicatrice, unghia e spalla. La battaglia della donna con qualcosa che l’ammala dentro, che la costringe a fare i conti con il suo corpo che soffre, con la crudezza di un’infinita cicatrice e con la dolcezza della cura. 


Lo squarto piano questo drago/ resuscita ribelle da ogni brandello di carne/più e più volte/ piovra polipo medusa si dilata/ in apparenza si dilegua affonda ma rinasce/ indomito si presenta a me / nutrito di sangue/…


Si legge, nelle tre parti che costituiscono il poema, la  parabola autobiografica di un dolore che viene metabolizzato e poi curato attraverso l’ascolto e l’accettazione. L’autrice descrive simbolicamente i vari stadi del dramma: il travaglio della scoperta, la forza tenace del combattimento, la lotta fisica che contrasta la malattia, fisica o psicologica che sia, i segni della sofferenza sul corpo, l’accettazione della sofferenza e la cura che permette di relativizzare e elaborare il lutto di ciò che non si è più, delle parti che sono state recise. Seguendo la potenza con cui le donne affrontano ogni prova, senza rifugiarsi nel cerebrale, l’autrice dimostra così la capacità catartica della parola scritta, il verso che cura e che mostra ogni fragilità, senza averne vergogna, anzi ponendo l’accento come sia azione condivisa e corale esprimere in versi il senso della precarietà dell’esistenza. La poesia  è epifania dell’umano, del troppo umano, senza nascondimenti, senza remore.   

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