‘A latitudine incerta’, territorio poetico fra confine e infinito
In uno spazio che si fa prigione, custode di rimembranze che non consolano più, l’autrice (Elisabetta Biondi Della Sdriscia) si muove ‘A latitudine incerta’, indagando l’oltre con delicatezza, spostandosi sul piano dell’esistenzialismo dove il tempo diventa condizione perpetua per l’esplicarsi dell’interrogativo. Eppure, per quanto la sofferenza possa essere il nucleo più incandescente dell’esperienza umana, le parole riescono qui a conservare in tutti i versi un aspetto carezzevole di soavità, un tessuto finissimo di espressioni dove il linguaggio, prima ancora di essere sapiente ornamento, si pone come necessità etica, quasi religiosa. La padronanza del dettato lirico rifugge ogni compiacimento retorico, scegliendo invece la via più ardua: quella della misura, della sottrazione, dell’ascolto. Ne scaturisce una poesia che, per usare un’espressione cara a Paul Valéry, “non spiega, ma fa sentire”, in modo penetrante, il racconto dell’assenza e del distacco, l’ipotesi dell’aldilà e il limbo dell’incertezza, in una malinconia che non trattiene, ma libera. Ecco che diventa possibile aprire un varco di silenzio che lascia una domanda aperta, una sospensione dubbiosa che tuttavia culla il lettore, nella consapevolezza della grandezza e al contempo della finitezza umana. La paura che protegge e ripara, ma spesso inchioda e condanna, non può impedirci di percorrere sentieri già battuti, né di spiccare voli, seppur incerti, per raggiungere spicchi di cielo e farne fuga dai giorni tristi, dal passato che diventa nulla, dall’amore quando diventa tutt’uno con il dolore.
L’incedere dei versi, accuratamente cesellati, mantiene una limpidezza quasi classica, pur senza rinunciare a vibrazioni contemporanee. Ogni verso sembra sostare sul crinale del dicibile, come se la parola fosse chiamata a misurarsi costantemente con la pausa, il raccoglimento, l’intermezzo. Non è un caso che venga in mente Rilke, quando scrive che “il bello non è che il tremendo al suo inizio”: anche qui la bellezza del verso nasce dal confronto con ciò che eccede, che spaventa, che sfugge. Eppure, tutto è parte del tutto, senza distinzioni e connotazioni morali, nel ciclo naturale degli eventi quali passi dovuti, nella compressione del corpo fisico così come nelle forme forse sottili che un giorno assumeremo, di cui non possiamo dir molto. Chi ha il dono della scrittura, come in questo caso, può affrontare anche la vastità dell’infinito, in tutte le sue vertigini, e qui lo si fa in ogni sillaba, con profondità e compostezza, senza alzare la voce, senza velleità seduttive, proponendosi come dimora provvisoria per il lettore, luogo di preghiera laica, di pensiero superstite. E non è forse questo, come ci insegnava Hölderlin, uno dei compiti più alti della
poesia?
Sostienici

Lascia il tuo commento