‘Al di là dello specchio fatato’ fra i versi di una fiaba
Mondi nuovi n. 2, Foto di Elio Scarciglia

‘Al di là dello specchio fatato’ fra i versi di una fiaba

diMimma Leone

Tanto breve quanto densa è la raccolta poetica di Cinzia Demi, che si colloca in un territorio misterioso, di confine, in quel varco affascinante che la letteratura più avveduta ha sempre frequentato con naturalezza: è il mondo della fiaba, oltre qualsiasi narrazione mnemonica. In effetti, ‘Al di là dello specchio fatato’, propone una rilettura molto acuta, dove la coscienza collettiva in cui si spiega la dimensione del fiabesco, smette di essere semplice narrazione iniziatica e si trasfigura in forma lirica, rivelando la propria vocazione simbolica più profonda. Le poesie qui raccolte rivisitano alcune delle fiabe più celebri del patrimonio occidentale, sottraendole alla patina dell’infanzia e restituendole allo scenario mitico del catalogo calviniano, che ne ricavò il nucleo autentico individuandolo nei meandri del destino umano. 

Il connubio tra fiaba e poesia non appare dunque come un’operazione di mera riscrittura, ma diventa, verso dopo verso, un gesto ermeneutico consapevole. La forma poetica, con la sua concentrazione semantica e il suo ritmo allusivo, si rivela lo strumento più adatto a far emergere ciò che nella fiaba resta spesso sottotraccia: l’inesorabilità del fato, la ciclicità della perdita e del ritorno, l’ambiguità morale che governa l’agire mondano. I personaggi fiabeschi (principesse, eroi riluttanti, figure marginali e antagonisti) diventano così maschere archetipiche, specchi nei quali il lettore riconosce le proprie paure e i propri desideri, secondo una dinamica che rimanda tanto a Jung quanto alla lezione strutturalista di Propp.

In questa prospettiva, il mito, sovrastando la nostalgia del passato, si autoproclama lente critica del presente nelle sue trasformazioni profonde, complesse eppure non prive del mistero antropologico che pur sussiste. Ecco che il futuro allora appare come frutto di scelte dalla trama più ampia, scritta da personaggi dai ruoli imprevedibili, in un intreccio privato della consuetudine del contesto, andando a costruire storie che precedono e comunque sopravvivono al singolo. Il destino non può essere quindi una condanna immobile, bensì un orizzonte simbolico entro cui si consuma il dramma della libertà: un tema antico, certo, ma qui rinnovato da una lingua sorvegliata, talvolta ellittica, capace di alternare solennità e ironia lieve, come se il testo volesse ricordarci, alla maniera di Borges, che il mito è una metafora che ha dimenticato di esserlo.


Ne risulta una raccolta che dialoga con la tradizione senza subirla, e che invita a rileggere le fiabe offrendo nuove angolazioni e inediti punti di vista, confermando come la fiaba resti uno dei luoghi privilegiati in cui la letteratura s’interroga sul fine ultimo del vivere e del raccontare. 

Non si può tuttavia considerare secondaria la presenza delle immagini, frutto dell’opera pregevole di Maurizio Caruso, che avvolge le parole rendendole più vivide, nella forte espressività dei colori, fra echi velati e dissimulazione del pensiero.

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