A latidudine  incerta di Elisabetta Biondi Della Sdriscia
Vassily Kandinsky, Improvisation 3, 1909. Foto di Elio SWcarciglia

A latidudine incerta di Elisabetta Biondi Della Sdriscia

diEmanuela Dalla Libera

È un canto d’amore questa breve e delicata silloge di Elisabetta Biondi della Sdriscia, un dono per il marito scomparso in cui figurano ricordi, nostalgie, momenti della vita trascorsa insieme e soprattutto quell’attimo della separazione fatale che ha fatto confluire il passato nel presente (il mio futuro insieme al tuo passato), la memoria imperitura nel tempo che continua a scorrere portandosi appresso echi e risonanze di un affetto intramontabile. Così le poesie si dipanano in un susseguirsi di immagini tenere e considerazioni profonde sulla vita e la morte, sul carattere effimero della felicità (la felicità è un istante strappato alla vita), sulla ineluttabilità della sorte che ha frantumato una unità perfetta in cui pulsava il cuore del mondo generando un tempo che può essere presente ora solo nella mente. A questa ineluttabilità Elisabetta oppone quasi una forma di ribellione in un testo dolcissimo (Lame di luce) in cui rende evidente il suo sforzo titanico per trattenere a sé l’amato, il tutto nella potentissima immagine di un portone che si va chiudendo cancellando per sempre la lama di luce tra i battenti. E da questo definitivo addio che Elisabetta sente avvicinarsi nascono interrogativi infiniti che sembrano non dare risposte sulla linea ultima dell’orizzonte da raggiungere. Le sole vere certezze sono quelle che ci accompagnano in terra, la gabbia che ci trattiene, l’impossibilità di scegliere il tempo della nostra vita, vita in cui si incidono i segni di una lenta e crudele trasformazione, necessaria discesa per giungere alla fine. Ma anche  la fine è dipinta nei toni delicati di una elegia quando l’autrice dice Forse, oltre il groviglio dei faggi, sarà improvviso il luccichio del mare. E tutto a una latitudine incerta, dove la vaghezza del tempo e del luogo non dà ristoro, ma un dolore profondo, un dolore incontenibile e poi il niente. Una considerazione ancora accompagna questi testi. Morire, dice Elisabetta, è un altro esistere, sotto diversa forma. In questo la poesia si fa veicolo di una eternità che cerchiamo di raggiungere e di lasciare ai posteri, una sorta di testamento in cui chiudere il significato della nostra vita e della vita degli altri, in un perenne susseguirsi di voci che si dilatano nel tempo e che rendono eterna ogni esistenza finché una parola riuscirà a trattenere un nome sulla soglia del tempo.

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