Del labirinto e le sue forme
Alessandra Gasparini, Ennui

Del labirinto e le sue forme

diEmanuela Dalla Libera

Tra i temi che più hanno interessato la storia dell’umanità e ne hanno permeato le espressioni attraverso i secoli e i millenni, configurandosi come un’idea archetipica universale e assoluta e fonte di una vastissima iconografia, dobbiamo annoverare il labirinto, ossia un percorso tortuoso fatto di meandri e incroci, deviazioni e biforcazioni, una sorta insomma di allontanamento disorientante dalla retta via, generatore di un sentimento di ansia e smarrimento, costruito, come afferma Borges, “per confondere gli uomini [dacché] la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine: la confusione e lo stupore degli uomini”. È un simbolo che ha trovato nel corso del tempo varie modalità di espressione e di rappresentazione e che ha permeato di sé vari ambiti, dall’arte rupestre, all’architettura, all’arte musiva, alla pittura, fino alla letteratura, la psicanalisi, la poesia, il cinema. Presente fin dall’epoca neolitica nelle incisioni rupestri “dal Mediterraneo sino al Mare del Nord, da dove, già dal II millennio sembra essersi sparso a est attraverso il Caucaso e l’India” (Alain Danielou), il labirinto è sempre stato associato all’idea di viaggio, di percorso verso un centro variamente inteso, e poi verso un’uscita che risultava essere una sorta di liberazione o di redenzione o di cambiamento. Se i paleontologi hanno visto nel labirinto inciso sulla roccia dai Camuni la rappresentazione di un rito funebre dove il percorso verso il centro suggerisce l’idea del viaggio verso la morte e il percorso inverso un viaggio verso la vita e la rinascita, altre rappresentazioni risalenti alla preistoria hanno suggerito l’ipotesi che nel labirinto si celasse l’idea dell’utero, del grembo materno da cui ha origine la vita. Fin dall’antichità il labirinto ha sommato in sé l’idea di un percorso che da fisico, spaziale, si fa esistenziale, un itinerario mentale nel cammino della conoscenza, un viaggio attraverso la vita e le sue difficoltà, che vanno affrontate e superate con l’ingegno, l’astuzia, l’intelligenza. A tal proposito il richiamo naturale è al labirinto di Cnosso, sull’isola di Creta, costruito da Dedalo per arginare la violenza e la bestialità rappresentate dal Minotauro, un ambito geometricamente disegnato per contrastare l’irrazionalità di un essere mostruoso obbligato per la sua natura ad una condizione di solitudine ed esclusione, episodio di cui ampiamente ci parla Ovidio nelle Metamorfosi e presente in altre fonti. Da luogo di prigionia in cui trova riparo la vergogna di un amore aberrante, il labirinto si trasforma in luogo da cui si genera la liberazione (l’uscita) dal tributo cui Atene è costretta, il macabro sacrificio dei giovinetti e delle fanciulle. Nel conflitto che contrappone Teseo e Arianna alla mostruosa creatura, anche Dedalo, ideatore per conto di Minosse del labirinto, acquista rilevanza simbolica in quanto è colui che preserva la civiltà e il suo futuro (i giovani destinati al sacrificio) dalla cancellazione cui la espone la brutalità ferina, e il filo di cui Arianna dota Teseo per riuscire nella sua impresa altro non è che la rappresentazione di una condotta da seguire e finisce per indicare perspicacia e continuità, poiché si tratta di un labirinto monocursale in cui, cioè, il percorso, l’unico, conduce necessariamente all’uscita. Svolgere il gomitolo pertanto non è altro che seguire un filo mentale, affermare la propria volontà di arrivare a un centro che si configura come un momento di massima tensione, l’apice della lotta esistenziale per riuscire nell’impresa e  uscire liberati e trasformati.

Da Cnosso in poi il labirinto ha conosciuto diverse forme di rappresentazione e nuove attribuzioni di significato. Dal labirinto a cerchio si è passati al labirinto quadrato dei pavimenti musivi nelle ville romane come si vede nella casa del Labirinto a Pompei, dal percorso univiario o monocursale al percorso multiviario (quello cioè in cui più di una diramazione conduce all’uscita), dai labirinti nelle case ai labirinti nelle chiese dove è presente una trasformazione concettuale in chiave cristiana. Il percorso fisico del labirinto nelle chiese gotiche, di cui abbiamo un massimo esempio nella cattedrale di Chartres, rappresenta il cammino simbolico dell’anima verso Dio, che ne costituisce il centro, ed esprime una aspirazione di rinascita. Al Minotauro si è sostituito Satana, a Teseo Cristo che libera l’anima dal peccato. Percorrere il labirinto all’interno delle chiese equivale a un pellegrinaggio meditativo di penitenza a Roma o a Gerusalemme, equivale a districarsi tra le insidie della perdizione che portano fuori strada. 

Nel Rinascimento il labirinto lascia le chiese e abbandona contestualmente l’idea dell’uomo peccatore e di Dio centro del mondo. Artefice del suo destino, misura di tutte le cose, come l’uomo di Leonardo, l’artista trasferisce nei giardini dei palazzi (Versailles o Villa Pisani a Stra) il gioco labirintico e lo dota di un nuovo significato, edonistico e gaudente coniugandolo con la creatività e fantasia degli architetti che ne formulano l’impianto. Non più percorso iniziatico o salvifico, il labirinto diventa ornamento e passatempo ludico, svuotandosi di contenuti religiosi e diventando luogo in cui perdersi e piacevolmente ritrovarsi in un intreccio di galanterie e sospiri amorosi, in un crescendo che l’età barocca e il settecento renderanno più intenso. Dopo una fase sonnacchiosa nell’ottocento, epoca che perde curiosità e stimolo per un tema considerato inconsistente o addirittura equivoco, un rinnovato interesse per il labirinto si ha a partire dal novecento quando esso invade campi tra loro diversi, a volte sommandoli e trovando spazio in una scienza nuova, la psicanalisi, quale emblema dell’inconscio e delle sue oscure e contorte manifestazioni. 

Tra i labirinti più attuali che generano stupore e un interesse che trascende la fisicità degli spazi e degli elementi in essi contenuti, possiamo senza dubbio annoverare il labirinto della Masone, il labirinto voluto dall’editore Franco Maria Ricci con lo scopo di creare un’atmosfera di relax e di abbandono, forse l’ultimo in ordine di tempo a essere costruito e certamente il più grande che esista. Il labirinto, cui si arriva attraverso strade di campagna in un nulla pressoché disabitato, copre un’area di sette ettari ed è costituito di molte specie diverse di canne di bambù, che coprono un percorso di tre chilometri in cui si è letteralmente avvolti da un fresco verde che ondeggia alla brezza e separa dal mondo al punto da sentirsi in totale sintonia con una realtà inusuale e simbolica, ancorata a una percezione che trascende ogni altra cosa, anche la nostra interiorità che, dimentica di tutto, viene invasa da un senso di spaesamento prima, di coinvolgimento dopo, fino a farsi mente e spirito. Qui tutto si fa simbolo, richiamo a mondi ancestrali, a topos letterari ma anche a mistero, indagine sul mondo. Tanto che il tema del labirinto reso fisicamente dai percorsi tra le canne di bambù, alte o basse, fitte o meno fitte, di varie tonalità e intensità di verde, è riecheggiato nella cappella prospiciente la piazza al centro del labirinto, proponendosi come simbolo di fede, elemento immateriale dopo che il visitatore ha fisicamente percorso lo spazio labirintico tra i vialetti. Non è casuale che l’idea del labirinto sia nata in Ricci dopo un incontro con lo scrittore argentino Borges che del tema del labirinto è stato un cultore profondissimo e intrigante, avendo visto in esso un’allegoria della complessità del mondo per intendere la quale uno sguardo puramente razionale si rivela insufficiente. “Ossessivamente sogno di un labirinto piccolo, pulito, al cui centro c’è un’anfora che ho quasi toccato con le mani, che ho visto con i miei occhi, ma le strade erano così contorte, così confuse, che una cosa mi apparve chiara; sarei morto prima di arrivarci”. (Louis Borges) Di fatto, come si diceva, il labirinto rappresenta una delle fantasie più antiche concepite dall’umanità, il sentimento dell’infinito cui tendere attraverso un groviglio inestricabile di percorsi, il cui attraversamento genera ansia, paura, smarrimento, necessità di sagacia e di costante attenzione. Ma è anche emblema di ricerca, di indagine indefessa per giungere a un risultato, al culmine di una scoperta, sia pure attraverso errori e ripensamenti, tentativi fallaci o riusciti. È la rappresentazione della complessità del mondo, della compresenza di vita e morte, inizio e fine, ingresso e uscita in un arco temporale definito che può essere la nostra esistenza o l’esistenza di ciò che conosciamo e di cui cerchiamo il senso nelle forme del bene e del male, della perdizione (lo smarrimento) e della redenzione (trovare il varco che conduca oltre, verso l’uscita). La razionalità e geometricità del percorso poi, rimanda all’ordine del cosmo, il cosmos appunto, antitesi al caos della storia umana, dove il conflitto è perenne, perenne il disordine e la ricerca di un senso da dare alle cose e alle azioni, di una stasi finalmente pacificatrice. 

Ma non solo negli spazi fisici, palazzi, case, chiese, giardini, il labirinto trova luogo e fascinoso mistero. Vale la pena ricordare i luoghi letterari in cui l’idea del labirinto si fa strada o è nettamente rappresentata. Ne I miserabili di Victor Hugo, la rete fognaria di Parigi si configura come un labirinto oscuro in cui si sedimentano i grovigli di azioni delittuose. Ne Le città invisibili di Calvino, la descrizione della città di Pentesilea genera una sensazione di disorientamento, di crollo delle certezze, di vago smarrimento, di smentite. “Tu certo immagini…intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato. Se credi questo, sbagli…Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori…”. Qui gli elementi stranianti e conturbanti del labirinto ci sono tutti, e la città finisce per essere il ritratto di una realtà sconcertante in cui nemmeno agli abitanti è dato riconoscere le direzioni in cui si muovono. 

E allora è giusto concludere con una poesia di Borges le cui parole ci danno la sensazione fisica di essere in un labirinto vero e proprio: 

Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro

e la fortezza è pari all’universo

dove non è diritto né rovescio

né muro esterno né segreto centro.

Non sperare che l’aspro tuo cammino

che ciecamente si biforca in due,

che ciecamente si biforca in due,

abbia fine.



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