La voce delle madri
Giampiero Assumma, Mauerpark_Berlin_2017.

La voce delle madri

diLucio Macchia

Se, come spesso affermato in questi articoli, noi siamo permeati dal linguaggio, è naturale, ragionando proprio sul linguaggio, domandarsi della sua origine, il che ci conduce, inevitabilmente, alla dimensione del “materno”[1]. La lingua è “lingua madre”, appresa nei primordi della nostra esistenza, in principio come lallazione primaria e poi via via in struttura linguistica che s’imprime nel nostro essere. Agli albori della nostra lingua, Dante pone questa riflessione a fondamento della predilezione del volgare: «chiamo lingua volgare quella che i bambini apprendono da chi sta loro intorno dal momento che cominciano ad articolare i suoni; oppure, per essere più brevi, lingua volgare è quella che, senza bisogno di regole, impariamo imitando la nostra nutrice. C’è poi un’altra lingua, per noi seconda, che i Romani chiamarono grammatica. […] Di queste due, la volgare è più nobile: e perché fu per prima usata dal genere umano e perché se ne serve tutto il mondo, ancorché sia divisa in differenti pronunce e vocaboli; e, infine, perché naturale per noi, mentre l’altra ci è, piuttosto, artificiale»[2]. Dante afferma la superiorità del volgare rispetto al latino (la “grammatica”) proprio sulla base della sua naturalità. Del suo essere lingua madre, appresa dalla nutrice, che giunge al bambino come il latte della nutrice, in continuità con quella che Lacan definisce “lalangue”: «la lalangue è quella lingua che precede l’alfabeto e la grammatica, che sorge con l’inizio della nostra vita ed è in grado di descrivere i sentimenti; in una parola, è la lingua che si mescola al corpo: non nasce come qualcosa che esce dal corpo, ma che si unisce ad esso nell’espressione dell’essere umano. È depositata nell’inconscio, e la sua prima manifestazione è la lallazione, quando i bambini cominciano a balbettare suoni incomprensibili per manifestare i loro desideri attraverso la potenza del suono e del corpo»[3]. Questa “protolingua” continua a operare in maniera latente nel linguaggio strutturato e, in particolare, agisce nel poetico dove «viene in evidenza come un elemento […] che interrompe la fraseologia standardizzata, spezza la sintassi, frantuma la semantica del discorso»[4]. Tutto questo ci interessa, al di là degli aspetti psicanalitici e filologici, poiché intravediamo, nel gesto poetico, un inevitabile volgersi – nostalgicamente – a questa dimensione primigenia del linguistico, un orientarsi verso la sostanza “corporea” della parola, a sua volta protesa verso la significatività originaria. Con le parole di Derrida: «qualcuno ti scrive: scrive a te, di te, su di te. […] Mangia, bevi, inghiotti la mia lettera, portala, trasportala in te, come legge di una scrittura che si è fatta tuo corpo: la scrittura in sé» e ancora: «il nostro poema non sta nei nomi e nemmeno nelle parole»[5], come a voler radicare la peculiarità del poetico in quella voce primigenia e destrutturata che precede la dimensione del verbale “grammaticale”, ritrovando, con questo movimento, la necessità d’un gesto che s’incarni in profondità nel tessuto dell’esistenza. Si apre un orizzonte di problematicità, che è quello abitato dal poeta: come si potrà evocare questa voce primigenia? Quale linguaggio si collegherà a quel risuonare, riaccendendo il canto di quel corpo pulsante di vita? Agamben ci offre preziosi concetti nel suo saggio su Pascoli[6]. In quell’ambito ravvede (ma il respiro delle sue riflessioni investe la lirica tutta) «la volontà e la coscienza di operare in una lingua morta, cioè individuale e artificiosamente costruita»[7], mediante un «linguaggio che più non suona su labbra di viventi»[8] perché «solo morendo la lingua articolata può far ritorno al confuso seno della voce da cui è scaturita»[9]. Il linguaggio “vivente”, il linguaggio “del presente” è, infatti, ormai asservito alla tecnica, utilitario e inconsapevole (come abbiamo visto altrove parlando delle tesi di Valéry e Cioran [10]) distaccato dal canto originario, dimentico della voce delle madri. Allora, il poetare – e questo è un tratto distintivo nella lirica – tende ad operare nella prospettiva del ritorno a questa origine perduta: sogna il contatto salvifico con l’oggetto ancestrale sillabato dalla lalangue. Per sostenere questo “spostamento” dal piano utilitaristico a quello espressivo, la poesia «come la religione ha bisogno del raccoglimento e del mistero e del silenzio e delle parole che velano e perciò incupiscono il loro significato, delle parole, intendo, estranee all’uso presente»[11]. Una dimensione verbale che evoca il preverbale. Un dettato che rimanda a un ineffabile. Un dire chiaroscurato, in limine, nel quale «cogliere la lingua nell’istante in cui riaffonda, morendo, nella voce e la voce nel punto in cui, emergendo dal mero suono, trapassa (cioè, muore) nel significato»[12]. A. si collega anche a un celebre passaggio del Faust in cui si narra la discesa «nel Regno delle Madri, di queste dee che custodiscono “ciò che da lungo tempo più non esiste”, nelle quali dobbiamo vedere una figura delle lingue madri»[13]. L’immagine faustiana sintetizza la dimensione di un poetico che si volge alla voce originaria, alla voce delle madri, in una prospettiva verticale, abissale, pregrammaticale. Il recupero di una materia tanto viva quanto oscura che il linguaggio corrente, sterilizzandosi in medium informativo, ha dimenticato. E che il poeta, ostinatamente – e qui forse giace l’essenza stessa della lirica – ripropone.


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[1]  L’impulso iniziale ad approfondire questa dimensione del poetico mi è venuto da un passaggio della lectio magistralis di M. Cacciari Sulla necessità della poesia (disponibile su Youtube).

[2]  Dante, De vulgari eloquentia, Libro primo (edizione Garzanti digitale 2021 a cura di V. Coletti).

[3]  G. Buzzo, La «lalangue», la lingua primitiva dell’essere umano (sul sito web loppure.it).

[4]  G. Linguaglossa, La lalangue di Lacan e la sua funzione del poetry kitchen (sul sito web ombradelleparole.wordpress.com).

[5]  J. Derrida Che cos’è la poesia? (per il riferimento esaustivo, si veda il mio articolo L’istrice della poesia

[6]  G. Agamben, Pascoli e il pensiero della voce, saggio introduttivo a: G. Pascoli, Il fanciullino, Edizione Feltrinelli 2019 (ringrazio l’amica scrittrice e saggista Emanuela Vezzoli per avermi segnalato tale prezioso riferimento e per la feconda conversazione con lei intrattenuta sull’argomento).

[7]  Ibid. pag. 19

[8]  Ibid. p. 20: la frase è da Pascoli, Poeta di lingua morta, citato da Agamben

[9]  Ibid. p. 17

[10] Si vedano i miei articoli: L’abisso della parola e La terza via al linguaggio.

[11] Agamben ibid. p.13 che ancora cita Pascoli, Poeta di lingua morta (ho attinto l’intera frase direttamente da Pascoli).

[12] Ibid. p. 16

[13] Ibid. p.20, con il virgolettato interno dal passaggio faustiano sulle Madri


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