Lontano dal mondo
Elio Scarciglia, I volti di Roma, Museo capitolino

Lontano dal mondo

diLucio Macchia

Hugo Friedrich afferma che la poesia moderna sorge da un romanticismo “sromanticizzato”, in cui la centratura interiore del poeta è portata oltre la sfera sentimentale, oltre il “cuore”, e la sua creatività è alimentata da una fantasia totalmente liberata, che si affida al linguaggio per creare effetti suggestivi e dissonanti, in un binomio costante di “sregolatezza” espressiva (istanze inconsce, spinta alogica) e intensa ricerca formale, in un progressivo superamento degli stilemi romantici. Eppure, nel mondo moderno, qualcosa dello spirito romantico si conserva intatto: è il senso di isolamento dell’artista, peraltro già presente in nuce alle radici della forma poetica lirica. Basti pensare a «Solo et pensoso» di Petrarca, vero e proprio manifesto di un certo atteggiamento del poeta, rintracciabile già nel mondo classico (si pensi a Saffo di «Tramontata è la luna» e a Callimaco del famoso epigramma «Non amo la poesia comune»[1]). Certamente, nella modernità, questo tratto si fa costitutivo dell’identità del poeta. Scrive Friedrich: «In un testo postumo Musil ha definito il poeta come “l’uomo che più di ogni altro è cosciente della solitudine senza scampo dell’Io, nel mondo e tra gli uomini”. Questo pensiero c’è già nel Romanticismo, ma gli è sopravvissuto ed è rimasto un pensiero moderno, come anche quell’altro del “poeta esiliato”»[2]. Poe nella poesia «Solo» del 1829 esprime in modo cristallino questo stato: «Io, tutto ciò che amai, l’amai da solo»[3]. Successivamente Baudelaire, con la poesia «L’albatro» crea un’immagine potentemente archetipica di questa condizione dell’artista: «Come il principe dei nembi / è il Poeta che, avvezzo alla tempesta, / si ride dell'arciere: ma esiliato / sulla terra, fra scherni, camminare / non può per le sue ali di gigante»[4]. Proprio ciò che abilita la potenza creativa, ciò che catalizza la fantasia artistica, marchia l’individuo che ne è portatore, lo esilia dal mondo. Questa condizione è una delle poche costanti (forse l’unica) nella moltitudine di voci liriche che scandiscono, da Baudelaire ai nostri giorni, l’evolversi della poesia. Non si sfugge a questo allontanamento dal mondo, a questa incommensurabilità tra la parola mondana e quella poetica. Nella solitudine si radica la ricerca artistica, nella rivolta ai codici del mondo si esplica la sua azione. Scrive Pasolini: «Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo, / che valga una camminata senza fine per le strade povere / dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani»[5]. Questa condizione sorge, storicamente, non appena la poesia (e ciò avviene con il romanticismo) compie una decisa virata verso la lirica di stampo interiore. Il modo “dentro” si rivolta al mondo “fuori” secondo un processo che ritroviamo nella dinamica dell’individuazione junghiana: quel percorso in cui il singolo individuo contatta la molteplicità del suo costituirsi come essere umano, la sua intima contraddittorietà e faticosamente si avvicina, attraverso una ricerca personale, a ciò che è. Come scrive Aldo Carotenuto: «Diventare “individui” costituisce il compito della nostra esistenza»[6]. E ancora: «Si tratta, secondo quanto sostiene Jung a ridosso, tra l’altro, della propria comprensione di Nietzsche […] “di dire di sì a se stessi, di porsi di fronte a se stessi come il compito più grave”». In fondo, il gesto della poesia lirica è inscritto proprio in questo cammino di individuazione, la poiesis in gioco è quella del soggetto che “produce se stesso” e, in questo divenire, traduce in linguaggio e porge all’altro l’esperienza del suo mestiere di vivere. E proprio in ciò si colloca l’incontro con la solitudine, con la lontananza dal mondo, con lo straniamento: «Restare fedeli alla propria unicità impone tuttavia un costo altissimo: il costo della solitudine e della esclusione». Un percorso tutt’altro che lineare, fortemente problematico, costantemente esposto a rischi: «Il processo messo in moto da una simile spinta all’individuazione non sfocia in esiti prevedibili: una persona può uscirne rafforzata, più umana e più felice di esistere, ma può anche smarrirsi nel labirinto d’una solitudine astiosa, senza ritorno». E questo non stupisce: sappiamo come spesso la vita dei poeti sia costellata dal mal di vivere. Certamente è vita inscritta in una distanza dal mondo, essendo tale separazione persino necessaria alla produzione di un discorso che oltrepassi la parola ordinaria, che abiliti la fioritura de linguaggio come espressione altra. Carotenuto scrive una frase illuminante: «l’individualità richiede il coraggio di essere soli e di opporsi a un mondo che tradisce e che banalizza» e ciò che qui viene detto sull’individualità, immediatamente vale per la poesia perché essa non è, come abbiamo detto, che una traiettoria all’interno della più ampia ricerca della propria dimensione individuale. Il mondo tradisce sistematicamente le istanze individuali, piegandole agli interessi della polis e, tradendo, banalizza la voce del singolo, non la riconosce, nella sistematica tendenza a forzarla all’interno di modelli espressivi preconfezionati, in cui la particolarità del singolo è scartata perché non funzionale all’utilità collettiva. Al contrario, l’assunto fondamentale del dire poetico è il suo radicamento nella irriducibilità peculiare dell’esperienza umana dell’individuo. Il poeta è solo nella diversità della sua voce e nella imprescindibile necessità di ascoltare tale voce sottraendola al rumore di fondo del mondo. Pasolini lo esprime perfettamente: «Per essere poeti, bisogna avere molto tempo: / ore e ore di solitudine sono il solo modo / perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono, / vizio, libertà, per dare stile al caos»[7].  


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È qui citato l’incipit dell’epigramma classificato come A.P. XII 43 (fonte: wikipedia)

2  H. Friedrich, La struttura della lirica moderna, Garzanti 2002 (prima edizione originale 1956)

3  Traduzione di A. Quattrone

4  Traduzione di L. De Nardis

5  Da Trasumanar e organizzar (1971)

6  A. Carotenuto, Amare tradire, Bompiani (prima pubblicazione: 1991). Anche le successive quattro citazioni tra virgolette caporali sono tratte da questo testo di Carotenuto, fino alla citazione pasoliniana di chiusura.

7  Dalla poesia Al principe (La religione del mio tempo, Einaudi 1961)


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