OGGI GLI ORACOLI SANNO TUTTO di Juri Talvet
Penso all’Estonia, terra in cui sono stata di recente, e penso alle sue sterminate foreste, alle lunghe e silenziose strade che le attraversano, alle piccole città ordinate, al Baltico, mare dalle nude spiagge interminabili, alla gente (poca) che la abita, alla storia che l’ha percorsa, così difficile, spesso tragica. Penso a Juri Talvet, poeta estone conosciuto al festival di poesia promosso da Menabò incontri, alla nostra imbarazzata difficoltà di comunicare, perché è difficile intendersi con una lingua tanto lontana dalla nostra, dai suoni così astrusi, figlia di un ceppo linguistico diverso dal nostro. Leggo la sua poesia tradotta dallo spagnolo, ché a volte è necessaria una intermediazione per arrivare a capirsi, a conoscersi. Leggo di lui, della sua notorietà di accademico, di studioso, di traduttore, di promotore di iniziative culturali. Poi leggo la sua poesia e mi immergo dentro un mondo che è personale e universale insieme, perché la poesia parla a tutti, anche e soprattutto quando parla di noi che ci proiettiamo al di fuori di noi stessi per dire della nostra relazione col mondo, con gli altri, con la storia. È così che dalle sue poesie tradotte da Gaetano Longo per i tipi di Terre d’ulivi edizioni si percepisce l’appartenenza a un mondo in cui si cerca la libertà del cielo, nel futuro il passato ma al contempo si rifiuta il passato nel futuro e si conservano affetti che sono legati al ricordo della madre la cui immagine sconfina o si sovrappone a quella della terra patria rendendone difficile la separazione. Perché nella terra madre si è travolti dal ricordo di quando si era giovani soldatini e si era avvolti in un sonno di morte e ancora si sente sempre più spesso il miagolio degli ufficiali prussiani che si può scordare solo in una passeggiata crepuscolare quando l’età avanza e il passato si fa lontano e alla memoria resta impresso il ricordo di un tempo giovane quando giovani erano la madre e la patria a guidarlo, conscio, dice Tavel, che morire per te, se necessario, non mi farebbe paura, figlio mio, mio paese natale. E in questo paese che è la sua vita e la sua storia il poeta ritrova la voce del padre e la presenza della madre tra macerie sulle quali non si può ricostruire perché tutto questo non si può raccontare, non si può tradurre, il dolore non ha lingua. E pure se si cade, se, madre mia, cadi davanti alla porta di casa, ti rialzi rapidamente, vieni, cadi, ti rialzi, senza stancarti ti affretti verso di me. Nessuna caduta è definitiva, dice Talvet, nessuna storia conclusa per sempre. La possibilità di un riscatto, di una rinascita è data agli esseri umani, alla patria, alla storia.
Ma poi lo spazio dilaga. Dall’Estonia il poeta approda ad altre terre, ad altri intrecci, altre esperienze. Così compaiono la Grecia, l’America, Hong Kong, il Giappone e la Cina, e su tutte sentimenti di profonda nostalgia, la mia nostalgia, dice Talvet, per il paese lasciato e la sua gente, sentimenti che nascono leggendo vecchie lettere, ricordando la voce della madre, il contatto con la mano della figlia, la visione di un bosco di innumerevoli rami. Un percorso spaziale che lo porta a fermarsi per un momento col pensiero alla Spagna e alla Catalogna, alla lotta in cui si fronteggiano uomini contro uomini, fratelli e amici impegnati in una lotta mentre la corrente tranquilla del torrente continua ad andare sicura, limpida, onesta, indifferente alla pochezza umana.
Un intreccio tra il mondo di fuori, il mondo di un uomo di studio, cosmopolita, e l’essenza e l’intima verità umana trasfusa in poesia che anche un popolo minuscolo crea, traduce, canta e legge nella lingua delle antiche madri perché l’uomo è un segreto senza soluzione: un pugno d’onore e fumo di polvere da sparo, capace di raccontare la luce del pieno giorno…il nobile vedere più in alto.
Sostienici

Lascia il tuo commento