Poesia e sacro
In attesa che l'autore ci invii le informazioni tecniche dell'opera

Poesia e sacro

diLucio Macchia

Come è stato detto, ci sono due modi di guardare alla vita: nel primo tutto è miracolo, nel secondo nulla lo è [1]. Forse per la lirica vale un discorso analogo. Si può pensare che, in essa, nulla vi sia di miracoloso. Che, in definitiva, possa sussistere come discorso tra discorsi, rappresentazione di idee, narrazione dalla forma particolarmente curata. Una istanza che viva in funzione dell’impegno civile, del rapporto con la storia, con la psicologia, con l’umanesimo. Addirittura, che si rapporti al suo oggetto per negazione, come tante avanguardie hanno mostrato, focalizzandosi sui significanti e abbandonando ogni pretesa di legame con ipotetici contenuti, trasformandosi così in gioco linguistico, oulipiano, innamorato della sua stessa vertigine. Tutto questo è possibile: è stato e sarà ancora un approccio alla scrittura poetica. Un approccio “non miracoloso”. Bufalino, a proposito del periodo artistico del dopoguerra, che ha perfettamente rappresentato un ritorno ad un’espressione fortemente legata alle istanze storiche e contingenti, parla di «glaciazione neorealista» [2]. L’immagine è suggestiva: tutto sommato, un’arte che non accolga la dimensione del miracoloso così ci appare. Stretta nella morsa glaciale di una rigorosa normazione culturale e, in definitiva, a rischio di appropriazione da parte del dominio della tecnica. Ma quale orizzonte si apre, al di là degli approcci che abbiamo menzionato?  Forse un orizzonte che possiamo collegare alla parola “sacro”. Certo problematico, precario, aporetico. Un orizzonte “religioso”, non certo in termini confessionali, ma nel senso di un legame (religione, da religare) con un mondo invisibile, con un altrove della vita, che sfugge agli altri discorsi. Heidegger, come più volte menzionato, ha sistematizzato questa idea, andando a identificare il linguaggio, e in particolare quello poetico, come evento (Ereignis) dell’essere [3], come prospettiva in cui si abilita l’esperienza conoscitiva più autentica [4]. Un poeta italiano della contemporaneità che è accostabile a una visione di questo tipo è Giuseppe Conte. La sua scrittura si inscrive in una dimensione di «opposizione polemica allo sperimentalismo della neoavanguardia e alla tradizione razionalistica dell’Occidente moderno con le sue riduzioni della funzione sacrale della poesia e dei suoi valori di verità e bellezza […] Conte riafferma “il primato spirituale della poesia” sulle altre attività umane e la sua missione di “rinnovamento eversivo dell’anima e dell’Anima del Mondo”[…] “io sono un poeta, / un distruttore, uno che salva, / sono un poeta, uno che prega, uno che danza» [5]. Ritroviamo, in queste dichiarazioni di poetica e in questi icastici versi, temi già attraversati in precedenti articoli. La poesia come “rivolta” al discorso dominante, la poesia danzante, creatrice e distruttrice: in una parola “orfica”. La poesia come esercizio di un’attenzione che è «preghiera spontanea dell’anima» come afferma Celan nel Meridiano, citando Malebranche [6]. Un’espressione lirica che si inscrive nella dimensione della sacralità, anche attraverso la modulazione di registri molto più tenui e raccolti, come in questo passaggio dal sapore rilkiano: «Rimarrà tutto come prima / quando noi sanguinando ce ne andremo / e anche sognare allora lo sapremo / che non vale, che è vano, vite del / Canada» [7]. In ogni caso uno scrivere che è voce e appello alla dimensione esistenziale, ai suoi temi fondamentali. Una sorta di preghiera. Una direttrice espressiva decisamente “verticale”, volta a scavare nell’esperienza individuale, nella lacerazione esistenziale del poeta che diviene locus di un contatto con i miti d’origine ricercati in un’ottica multiculturale: «uno sfondo musaico allestito con tasselli – dei, eroi, poeti – provenienti dalle più disparate culture: etrusca, greca e latina, azteca, pellerossa, celtica, indiana e[…] islamica, con riferimenti e riprese di autori persiani, arabi e turchi […] “voler essere / in tutto, varcare ogni confine / insorgere contro la voragine / d’immobilità, tenebre, terrore”» [8]. La poesia è voce dell’anima, secondo una linea di tradizione lirica recuperata al di là degli sconvolgimenti più avanguardistici e sperimentali: «Non c’è niente che mi leghi a un ordine che viene / prima di me: io costruisco il mio ordine» [9]. Ancora il pulsare di energie orfiche. Un canto che crea il mondo (lo “produce”, donde poiesis) con il presupposto di una fantasia liberata. Il mito di un uomo-poeta che agisca come il poeta-mago Orfeo che contatta la verticalità abissale della condizione umana (nel mito, la discesa negli Inferi) e dona senso alla vita pur non preservandola dalla morte (come con Euridice). È il poeta che sperimenta sul suo corpo la molteplicità pulsionale, la frammentazione dell’io, la terribile esposizione al fuoco devastante della consapevolezza esistenziale, in una concezione di poesia “incarnata”, testimonianza di una vicenda umana, in cui il dire poetico si pone come discorso complessivo sull’umano, acquisendo, come detto in apertura, tratti religiosamente “re-liganti”. Questo tipo di sensibilità è rintracciabile anche nell’opera – estremamente complessa e sfaccettata – di un’artista recentemente scomparsa: Nina Maroccolo. Alle sue parole ci piace affidare la conclusione di queste brevi considerazioni sul rapporto tra poesia e sacro: «Intanto mareggiano i flagellati, i bambini piangono latte, i bambini / piangono madri votive. I bambini senza luce scorderanno il loro pianto / universo, senza sapere del loro remoto, i giochi tra i papiri.../ E così, tra una incoerenza e l'altra si situa la nostra infelicità. / Per questo è una prova – la gioia. / Oggi ci illumina il sole. / Oggi non abbiamo bisogno di imparare dal freddo. / Tutto è infinita liturgia d'amore. Un sogno che / unisce sogno, e che a noi giunge come l'irruenta / incarnazione degli angeli...» [10].


[1] La famosa frase è attribuita a Albert Einstein
[2]   G Bufalino, Diceria dell’untore, Appendice (1981).
[3]   Si veda G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza (2008) p. 123.
[4].  Con le parole di H.: «Il linguaggio non è uno strumento disponibile, ma quell’evento (Ereignis) che dispone dell’estrema possibilità dell’essere-uomo» tratto da Hölderlin e l’essenza della poesia, in La poesia di Hölderlin, cura di di L. Amoroso, Adelphi (1988) p. 46.
[5]  E. Testa, Dopo la lirica, Poeti italiani 1960-2000 (Einaudi, 2005) p. 285-286.
[6]  P. Celan, Il meridiano, in La verità della poesia, a cura di G. Bevilacqua, Einaudi (2008) p. 16 - La citazione di Malebranche è da un testo di Benjamin.
[7]  Dal brano Autunno, tratto da Le stagioni (1988) in Testa, ibid. p. 288.
[8]  Testa, ibid. p. 286.
[9]  Citato in Testa, ibid. p. 287.
[10] Tratto da è una prova – la gioia, in Le pagine del poeta 2019 (Pagine editore).


La lettura di questo articolo è riservata agli abbonati
ABBONATI SUBITO!
Hai già un abbonamento?
clicca qui per effettuare il login.

Commenti

Lascia il tuo commento

Codice di verifica


Invia

Sostienici