Una poesia / La poesia di Alfonso Gatto
La poesia è una realtà che accusa il lettore
e lo pone di fronte alla sua distrazione
A. Gatto [1]
Negli ultimi articoli ho percorso una traiettoria all’interno della cosiddetta «terza generazione» poetica italiana, una generazione cruciale perché è quella che, raggiungendo la piena maturità artistica negli anni successivi alla guerra, ha fatto da collegamento fra le esperienze “moderniste” (Montale e Ungaretti in primis) e le direttrici poetiche che avviano la fase contemporanea. Anche Alfonso Gatto (classe 1909) fa parte della «terza generazione» e ha partecipato, con la sua produzione, a quel passaggio evolutivo, con un suo percorso molto particolare, in cui l’apertura verso la modernità non rinuncia alla prevalenza di certe strutture formali tipicamente ermetiche, che vengono via via superate “dall’interno”, mai stravolte o negate. Come osserva Ramat, pur nei continui «rimodellamenti» che costellano il suo percorso evolutivo di poeta, «Gatto si rivela fedele come pochi all’area lessicale, agli scenari e alle parole-chiave che affiorano in lui precocemente, in anticipo sugli altri testimoni del giovane “ermetismo” […] è il più pronto a raccogliere la lezione dell’Ungaretti […] in Sentimento del tempo»[2] dove si opera il collegamento a «quella tradizione lirica autoctona imperniata su Petrarca e Leopardi»[3]. Tentiamo allora, attraverso “una poesia”, di contattare “la poesia” in questo autore di cui leggiamo un brano meraviglioso: Domande, tratto dalla raccolta Storia delle vittime (1962-65).
Ecco il brano.
Non potremo ignorare ch’è sospesa
sull’uomo e sulla terra la domanda:
l’immagine del cielo che s’è estesa
ai soli, alle galassie è la locanda
notturna del pastore che ritrova
le sue sembianze o l’universo puro
che scoperto da noi mette alla prova
la nostra verità? Folle, spergiuro
l’uomo che muta i suoi rapporti e crede
d’esser sempre centripeto fuggendo
la notizia raggiunta. Per qual fede
làcera il mondo e indulge al suo rammendo?
(A. GATTO)
Un brano degli anni ’60, in cui la matrice ermetica è appunto evoluta, senza stravolgimenti (a partire dalla versificazione per endecasillabi), verso moduli espressivi più legati alla realtà storica e a un linguaggio più concreto e moderno, ma che rimane soffuso di quella «grazia impalpabile ed effimera»[4] rilevata da Mengaldo come uno degli aspetti di maggior altezza nella scrittura gattiana. Qui abbiamo, nei primi otto versi, lo svolgersi armonioso di una domanda di natura “filosofica” (nella forma di un interrogare immediato, quasi ingenuo) e, al contempo, immersa nella storia, nella trama civile degli eventi. L’uomo va scoprendo e conquistando lo spazio (è cronaca di quegli anni), e il cielo steso su di lui, mentre si rivela, si fa più presente ed enigmatico, sospeso appunto come una domanda cruciale. È la «locanda notturna del pastore» (impossibile non pensare al pastore errante di Leopardi), è la casa cosmica in cui l’uomo si inserisce vitruvianamente; oppure è la scoperta di un incommensurabile, di un non-umano che eccede l’uomo stesso, l’uomo illuso della sua natura «centripeta»? Tutto lo svolgersi continuo di questa domanda rispecchia quella grazia espressiva che Gatto sa mettere in opera magistralmente nel suo stile di «dolcissimo “trobadore del Novecento”»[5]. La regolarità della versificazione riesce a campire, con raffinato equilibrio, questo scenario sospeso dell’universo davanti ai nostri occhi spersi come quelli del pastore errante. Il poeta non indulge sul senso filosofico della domanda: la risposta è già sottesa, l’uomo è estraneo a questa armonia, ne è resecato in una contingenza che non si risolve. Non può trovare pace nelle sfere celesti, sempre diviso tra lacerare e rammendare, distruggere e costruire. Qui si inscrive la novecentesca concezione dell’irrisolvibile contingenza umana e dei meccanismi alienanti della tecnica. Il verso finale lancia una nuova domanda alzata al cielo come un lamento, come l’urlo del Battista nel deserto. Con un meraviglioso effetto metrico/sonoro questo verso si prolunga, incommensurabile come l’uomo, e sembra allungare nel vuoto dell’universo il grido stesso del poeta. Ma la forma poetica mantiene in sé stessa la possibilità del senso: rimane il corpo stesso della poesia che resiste nella sua trama formale, nel suo equilibrio estetico, nella sua implicita promessa di pacificazione attraverso la parola. Il rammendo sembra essere il tessuto stesso del testo, la sua presenza: «Nulla c’è che mi distolga dal credere ancora oggi che la terra e gli uomini abbiano bisogno d’essere amati dal mio sguardo, suscitati nella terra, forti, vittoriosi nella splendida materia delle parole»[6]. Intravediamo così, al di sotto della tragicità della condizione umana, la luminosità del poetare: una fiducia solida nella forza collettiva del gesto poetico che resiste, non si frantuma, non è attraversato dalle faglie dell’indicibile, della perdita, del reale inafferrabile dell’esperienza.
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[1] P. Perilli, Melodie della terra – Novecento e natura (Crocetti, 1997) p. 155, dall’intervento di Gatto sul “Politecnico” del ‘47.
[2]. A. Gatto, Tutte le poesie a cura di S. Ramat (ed. kindle Mondadori, 2017) – pos. 356.
[3] ibid. pos. 357.
[4] Perilli, op. cit. p. 155.
[5] ivi, virgolettato di Pratolini.
[6]. ivi, dal già menzionato intervento di Gatto sul “Politecnico”
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