Una poesia/La poesia di Antonia Pozzi
Per troppa vita che ho nel sangue
tremo
nel vasto inverno
A. Pozzi [1]
Negli ultimi articoli ho percorso una traiettoria all’interno della cosiddetta “terza generazione” poetica italiana, una generazione cruciale perché è quella che, raggiungendo la piena maturità artistica negli anni successivi alla guerra, ha fatto da collegamento fra le esperienze dei maestri “modernisti” (Montale e Ungaretti in primis) e le direttrici poetiche che avviano la fase contemporanea. Sicuramente anche Antonia Pozzi appartiene anagraficamente a quella generazione (è nata nel 1912) ma lei non vide gli anni successivi alla guerra. La sua vicenda artistica fu un unicum, un canto breve e solitario che rimase appartato rispetto alle direttrici evolutive della poesia del suo tempo. La vicenda terribile del suo suicidio a soli ventisei anni, le pillole, il suo giovane corpo sulla neve, ci danno il senso di un percorso esistenziale al limite. Un’immagine, quella della sua fine, che è difficile allontanare leggendo i suoi versi dove si incontra costantemente la cifra di un’aderenza carnale al piano puramente esistenziale dell’esperienza, con un livello di intensità vitale dell’ordine dell’eccesso («troppa vita che ho nel sangue»), dell’incolmabile, che sembra stemperarsi solo nel gesto poetico. Una scrittura che non “gioca” con la vita ma è voce radicale di un’esperienza profondissima che non lascia respiro, è sangue nelle vene, tremore nell’inverno, è “evento di corpo” in senso lacaniano, cioè qualcosa dell’ordine dell’irruzione, del trauma, di un sentire intensissimo al limite della sostenibilità. Una scrittura intrisa del dramma stesso del vivere sentito nella sua irriducibilità. L’esito di tutto questo, sul piano formale, è una voce lirica che fotografa l’evento della natura nel suo inafferrabile mistero, e la Pozzi fu anche fotografa e disegnatrice, appassionata di luoghi, vedute, oggetti. Sempre protesa ad afferrare, in un atteggiamento di apertura totale, il contenuto di un sentire che sembra darsi come esperienza fusionale, selvaggia: «Ho gridato di gioia, nel tramonto»[2]. Lo stile di un tale procedere non può che essere essenziale, aderente alla vita, in un certo senso “realistico”, fitto di correlativi oggettivi, di carnalità, di sensualità: «Nell’immagine visibile cercava il luogo di conciliazione delle lacerazioni»[3]. Guardiamo meglio questi aspetti, attraverso la lettura diretta di un suo brano straordinario: Notturno.
Lene splendore
di stelle
in vetta alle bandiere:
il vento
piega l’erba sulla fronte dei morti.
Da sùbite fronde si leva
l’uccello nerazzurro:
e cade
il remeggio del volo
grevemente
sul notturno monotono cuore
(A. POZZI)
Un brano che è un adagio raffinatissimo che oscilla tra cielo e terra, paesaggio e interiorità, vita e morte. Un’atmosfera di solitudine pervade la composizione. Solitudine di fronte alla grandezza della natura, al suo scintillio ineffabile. La Pozzi scrive nella sua tesi su Flaubert: «Noi siamo soli. Soli, come il beduino nel deserto. Bisogna che ci copriamo il viso, che ci stringiamo nei mantelli e che ci gettiamo a testa bassa nell’uragano – e sempre, incessantemente – fino alla nostra ultima goccia d’acqua, fino all’ultimo battito del nostro cuore. Quando moriremo, avremo questa consolazione di aver fatto della strada e di aver navigato nel Grande»[4]. Di fronte alla lacerazione esistenziale, il percorso scelto dalla poetessa è quello dell’incontro con l’immanenza, con il vitale nella totalità di una presa diretta sublime. Il “Grande” nel tenue splendore delle stelle, nel vento che tocca insieme vivi e morti. Ogni parola scelta in questo componimento ha l’assoluta precisione di un lavoro di cesello. Con le sue parole: «dura fatica di lima e di scalpello […] lotta continua, sanguinosa, contro se stessi»[5]. Chi si cimenta con lo scrivere poetico forse può intendere la finezza di questo lavoro di rastrematura, in cui ogni preziosismo stilistico è innestato nel tessuto espressivo del testo. A partire da quel «Lene splendore» dolcemente ossimorico che segna il magnifico incipit, e il vento che sfiora i morti, e la vividezza dell’immagine dell’«uccello nerazzurro» che sorge da un movimento di foglie (preziosa la scelta di quell’aggettivo «sùbite»). E, infine, quel «remeggio del volo» che palpita nei versi in accordo con quel cuore notturno della chiusa. Raffinato equilibrio di immagini in cui ogni facile emozione è cancellata, ogni didascalia sfrondata. Probabilmente anche i suoi studi filosofici (fu allieva di Banfi, filosofo del razionalismo critico, che integrò il suo pensiero con la fenomenologia husserliana) la portarono ad assumere uno sguardo concreto, «terrestre»[6]. Rimane, così, nel suo scrivere, il nucleo preziosissimo di un contatto con le cose stesse, senza fronzoli, senza retorica. In questo senso emerge la sua accostabilità alla “linea lombarda” di cui fu protagonista il suo amico Sereni e diversi intellettuali del suo entourage [7]. Ma la Pozzi, nello stesso tempo, si discosta da quell’esperienza, matura un suo percorso in cui quell’attenzione “terrestre” convive con una riflessione esistenziale profondissima, una metafisica della parola in rapporto alle cose di stampo rilkiano (Pozzi lesse Rilke). La sua poesia ci fa dono di una percezione immediata, totalizzante, in cui soggetto e oggetto, coscienza e percezione, si fondono nell’unità del sentire, nell’esperienza assoluta di ciò che lei, con magnifica semplicità, chiama “Il Grande”.
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[1] A. Pozzi, Poesie, a cura di A. Anedda (Garzanti, 2021) – dal brano Sgorgo.
[2] A. Pozzi, op. cit., dal brano Canto selvaggio.
[3] P. Perilli, Melodie della terra – Novecento e natura (Crocetti, 1997) p. 161, che cita un passaggio di Santagostini.
[4] La frase della Pozzi è riportata in Perilli, op. cit. p. 161.
[5] A. Pozzi, op. cit., dalla prefazione di A. Anedda (la frase è un estratto da una lettera della Pozzi del 1937).
[6] Aggettivo utilizzato da Matteo M. Vecchio in un saggio con riferimento alla Pozzi e ad altre autrici (il passaggio è: «una scrittura recensiva e terrestre»), citato in una tesi di laurea consultata su publicatt.unicatt.it .
[7] Anche se Anceschi, nel 1952, quando teorizzò la linea lombarda, pose Sereni come figura di riferimento, e non incluse la Pozzi, suscitando la reazione di Pasolini che l’avrebbe invece considerata in quell’ambito.
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