Una poesia/La poesia di Franco Fortini
Nuovi mondi n. 3, Foto di Elio Scarciglia

Una poesia/La poesia di Franco Fortini

diLucio Macchia

Dopo gli articoli dedicati a Sereni, Luzi, Bertolucci e Caproni, esponenti della “terza generazione” poetica italiana, rimaniamo nel contesto di questa generazione con Franco Fortini[1], un autore che vi appartiene anagraficamente ma che non è inquadrabile poeticamente in essa, né nell’ambito della linea “novecentista” né in quello della linea “sabiana”. Anzi, si distacca persino dalle caratteristiche tipiche della lirica moderna, in primis dall’idea del testo come costruzione autonoma, isolata, “scarto” e “rivolta” al di fuori della storia. Qui ci troviamo di fronte a un autore che, come Pasolini, con cui ha in comune il riferimento culturale al marxismo, «non esita a misurarsi col suo tempo […]; sottolinea il carattere convenzionale, storicamente e socialmente mediato, della scrittura e della lingua»[2] ma che, a differenza di Pasolini, cerca un metodo più razionale e argomentativo, lontano dal mito, dalla dimensione istintivo/passionale e corporea. Questa sua ricerca si snoda in modo tutt’altro che lineare e lo porta a intrecciare gli aspetti di “impegno” con quelli intimisti ed elegiaci, in una sorta di tensione irrisolta, procedendo «su due diverse, congenite parallele che mai però si incontrano, o accettano di farlo: “Brechtiano e elegiaco”» [3]. Tentiamo allora, attraverso “una poesia”, di contattare “la poesia” in questo autore molto particolare di cui leggiamo un brano emblematico: Perché alla fine…, tratto dalla sua raccolta Paesaggio con serpente del 1984, che Fortini, classe 1917, pubblica alla soglia della vecchiaia, in quello che è «il periodo più alto della poesia fortiniana»[4]. 

Ecco il brano.


Perché alla fine…

    

«Perché alla fine che cos’è

tutto il genere umano a paragone

della natura e della universalità delle cose?»

I ragazzi corrono senza fiato.

Le pinete scricchiolano al sole.

Di qui la società è invisibile.

Ma se continuiamo a non volere la verità

sarà terribile la nostra via.

È bene che lo sappiamo una volta per sempre.

La battaglia ebbe luogo prima del bivio

dove la strada fa una larga svolta.

Il nome lo rammenta Livio, lo storico antico.

E non guardate dove le stelle si riproducono? Non volete 

nemmeno osservare le piccole persone 

che stridono sotto le nostre scarpe?

Come l’agonizzante diventa sasso lo sapete.

Come si butta via

die Leiche il cadavere spezzato l’avete visto.

(F. Fortini)


L’incipit del brano ha la forma di una pseudo-citazione, un artificio con cui, nel virgolettato, si riporta una sorta di quintessenza di un certo modo di pensare il rapporto con la vita e con l’arte. Fortini, con questo espediente retorico, dà voce a un modo di intendere la poesia, come distacco e aspirazione a un rapporto diretto e cosmico con l’essere. Il brano è abitato dalla tensione dialettica stimolata da questa “epigrafe” che dà al testo un’energia prima contemplativa e via via più polemica e rabbiosa. Il poeta, con due versi incantati (emblematici del suo lato “elegiaco”) dipinge questa contemplazione possibile (i ragazzi che corrono, le pinete al sole) in cui la dimensione collettiva è oltrepassata: «la società è invisibile». La parola “invisibile” fa da cesura nel testo che, da lì, prende le forme di una invettiva. Quell’atteggiamento contemplativo è rifiutato come un «non volere la verità» che porta all’inconsapevolezza storica, al dimenticare che i luoghi che contempliamo furono anche luoghi di battaglie, che vi è l’immensità della natura nella quale l’umanità può rispecchiarsi per ritrovare kantianamente uno slancio morale («E non guardate dove le stelle si riproducono?»). Dimenticare che il mondo è abitato da conflitti sociali di cui sono vittime i più deboli («le piccole persone»). Emerge in modo evidente la conflittualità interna alla ricerca fortiniana sempre scissa tra la “pura” espressione lirica e l’imperativo categorico dell’impegno concreto nei confronti della realtà del mondo. Un mondo in cui gli uomini sono uccisi e buttati via come cose, come sassi, come oggetti. La chiusa finale è di estrema drammaticità con il suo chiaro riferimento all’Olocausto, evocato dall’uso della parola tedesca per “cadavere” («die Leiche»). Con rabbia polemica, in antitesi con una concezione che Fortini avverte senz’altro dominante nell’arte intorno a lui, e simboleggiata dalla “epigrafe” iniziale, viene qui affermata la funzione della poesia come monito, come strumento di memoria e consapevolezza degli eventi. Vi è una visione “disincantata” della lirica, corrispondente a una presa di posizione figlia dell’impatto con il reale spietato della storia, e già sviluppata nella raccolta Poesia ed errore del 1959 in cui troviamo i celebri versi: «La poesia non vale / l’incanto non ha forza». Da lì la tensione fortiniana verso una scrittura militante che assume i toni allocutori e intransigenti verso i lettori che troviamo nel brano che stiamo leggendo: «Come l’agonizzante diventa sasso lo sapete». Questo “lo sapete” suona polemico e rimproverante. L’autore si fa consapevolmente didascalico. Emerge una voce che rifiuta qualunque distacco dalle istanze storico-sociali, e condanna polemicamente (forse anche in se stessa: ecco la conflittualità interna alla poesia fortiniana) le ricerche di senso in “altrove” che non siano fattualmente ancorati a quelle istanze. Una voce particolare nella cui severità, nel cui “eccesso”, possiamo più o meno ritrovarci. Ma che comunque non possiamo che avvertire come autentica e degna di ascolto. Una voce originale. E coraggiosa.

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[1] Franco Lattes (Fortini è il cognome della madre assunto come pseudonimo)

[2]  E. Testa, Dopo la lirica, Poeti italiani 1960-2000 (Einaudi, 2005) p. 77.

[3]  P. Perilli, Melodie della terra – Novecento e natura (Crocetti, 1997) p. 262 (il virgolettato è da G. Finzi).

[4]  Testa, op. cit. p. 79.

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