Una poesia/ La poesia di Leonardo Sinisgalli
L’originalità del poeta consiste
in piccole aberrazioni millesimali,
in frazioni di angolo,
come avviene nei calcoli astronomici
e nella fisica delle particelle.
(L. Sinisgalli)[1]
Negli ultimi articoli ho percorso una traiettoria all’interno della cosiddetta “terza generazione” poetica italiana, una generazione cruciale perché è quella che, raggiungendo la piena maturità artistica negli anni successivi alla guerra, ha fatto da collegamento fra le esperienze “moderniste” della seconda generazione (Montale e Ungaretti in primis) e le direttrici poetiche che avviano la fase contemporanea. Sicuramente anche Leonardo Sinisgalli ha partecipato, con la sua produzione, a quel passaggio evolutivo, ma con un percorso indipendente dalle tipiche direttrici della terza generazione, a cui è accostabile anagraficamente (è nato nel 1908 in provincia di Potenza, a Montemurro) ma meno come percorso artistico e rapporto con le vicende storiche. È, come Penna, un “inclassificabile”, un “lupo solitario”, questo “poeta ingegnere” con un rapporto eclettico, terzo-culturale con il sapere, che punta a una integrazione tra mondo umanistico e scientifico. Quella di Sinisgalli è una ricerca rigorosa nella direzione di una espressione connotata da «antieloquenza»[2], aderenza alla dimensione vitale, in una centralità del corpo «riconducibile a quel capovolgimento della gerarchia anima-corpo che Sinisgalli aveva attribuito a Leonardo»[3]. Caratteristiche che portano ad accostarlo, in una certa misura, al registro sabiano. Tentiamo allora, attraverso “una poesia”, di contattare “la poesia” in questo autore molto particolare di cui leggiamo il brano probabilmente più famoso: A mio padre, tratto dalla raccolta Campi Elisi (1939).
Ecco il brano.
L’uomo che torna solo
a tarda sera dalla vigna
scuote le rape nella vasca
sbuca dal viottolo con la paglia
macchiata di verderame.
L’uomo che porta così fresco
terriccio sulle scarpe, odore
di fresca sera nei vestiti
si ferma a una fonte, parla
con l’ortolano che sradica i finocchi.
È un uomo, un piccolo uomo
ch’io guardo di lontano.
È un punto vivo all’orizzonte.
Forse la sua pupilla
si accende questa sera
accanto alla peschiera
dove si asciuga la fronte.
(L. SINISGALLI)
Un brano che, giustamente, Perilli definisce «piccolo capolavoro di laica annunciazione virile, e insieme ritualità ancestrale»[4] in cui la figura paterna emerge come “Nome-del-Padre” in senso lacaniano, portatrice dei codici del mondo, capace di “fare mondo”, di ordinare gli eventi, di creare un senso. Il poeta intesse una scenografia di forte impatto visivo, un presepe di attività umane che esprimono la cifra dell’appartenenza alla comunità, alla terra, all’atavica tradizione del fare: una «geometria, come coscienza dello spazio terrestre» [5], un cosmo saldo, primordiale, al di là della storia. Immagini si susseguono, svolte con la continuità di una versificazione lineare, in un ritmo di commozione e immediatezza costruito attraverso la semplicità dei numerosi enjambements. Ecco allora la figura dell’uomo che ci compare davanti: concreta, visiva, con un correlato di descrizioni ed effetti sensoriali fulminanti e materici: le rape, il terriccio, il verderame. È un uomo nel mondo che il figlio guarda da lontano, collocandolo in questa mondanità bruegheliana, tra Fiandre e Lucania. Ma nella chiusa, come a scompigliare questa perfetta geometria vedutistica, ecco comparire quello che Sinisgalli, in un suo scritto, facendo un parallelo con la matematica, chiama «l’operatore immaginario»[6]: è lo scintillare della pupilla del padre, vero e proprio punctum barthesiano, nel quale la singolarità dell’uomo s’accende insieme a quella pupilla, e trasmuta quella figura “qualunque” del paesaggio, con una sorta di effetto retroattivo, nel «punto vivo all’orizzonte» annunciato un paio di linee sopra, e portando così la lirica su un piano diverso, un piano di illuminazione totale, di metafisica. E tutto questo, miracolosamente, nel volgere di pochi versi. Il poeta ci mette di fronte a quello scintillìo con un moto discontinuo, un salto quantico espressivo. Il collegamento a Barthes sovviene immediato proprio per la natura “fotografica” di questa poesia in cui la pupilla accesa rappresenta un elemento che ci colpisce e rapisce, un punto di singolarità in cui confluisce l’intero tessuto visivo. Con le parole di Barthes, qualcosa «che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge […] puntura, piccolo buco, macchiolina, piccolo taglio […] fatalità che […] mi punge (ma anche mi ferisce, mi morde)»[7]. Così Sinisgalli ha la genialità poetica di chiazzare il suo paesaggio realistico con questa traccia “immaginaria” insinuando un elemento magico, sovrannaturale, enigmatico, all’interno della sua scena, e consegnandoci così la verità ineffabile che l’esperienza contiene qualcosa che è, insieme, essenziale e incoglibile. Reale e inconoscibile.
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